REDDITO DI CITTADINANZA: che cos’è e come funziona, perché non ci piace, che cosa proponiamo

Venerdì 22 febbraio ore 17,30
Presso la Federazione dell’Unione Sindacale di Base
Via Bovio 48 Pisa

REDDITO DI CITTADINANZA: che cos’è e come funziona, perché non ci piace,
che cosa proponiamo.

Ne parliamo con: Guido Lutrario-Federazione del Sociale USB

Introduce: Cinzia Della Porta-Esecutivo nazionale USB

Il presidente dell’INPS Boeri ha voluto lanciare un velenoso messaggio al governo Conte in occasione dell’audizione al Senato per il decreto sul reddito di cittadinanza. “Il problema è che il RdC – ha argomentato Boeri – fissa un livello di prestazione molto elevato per un singolo” e che il “45% dei dipendenti privati nel Mezzogiorno ha redditi da lavoro netti inferiori a quelli garantiti dal RdC a un individuo che dichiari di avere un reddito pari a zero”. In sostanza Boeri sta suggerendo al governo di abbassare la soglia dei 780 euro, che è la somma che un single può arrivare a percepire se dimostra di non avere redditi e di vivere in affitto. Il problema del presidente dell’INPS è l’effetto di “scoraggiamento al lavoro” che avrebbe il RdC, soprattutto al sud.

Il primo obiettivo della provocazione di Boeri è quello di influenzare le scelte, che sembrano inevitabili, relative alla spesa complessiva sul RdC. In base ai calcoli dell’INPS infatti la platea dei beneficiari del RdC sarà di 2,4 milioni di persone (secondo l’ISTAT saranno invece 2,7) per una spesa complessiva di 8,5 miliardi, di gran lunga superiore a quella stanziata dal governo Conte sia per il 2019 (6 miliardi) sia per gli anni seguenti (7,5 per il 2020, ecc). Boeri sta quindi suggerendo al governo di abbassare il contributo alle famiglie monoparentali per restare dentro la spesa stanziata ed evitare così di danneggiare le aziende che remunerano i loro dipendenti con salari inferiori a 780 euro mensili!

La questione però è più complessa e non si limita alla sola spesa prevista dal governo per il RdC. La posta in gioco è il livello dei salari nel nostro paese.

Restiamo per un attimo ancora al tema della povertà, che è poi l’oggetto specifico del provvedimento sul RdC. Eurostat, che è l’ISTAT europea, ad ottobre aveva diffuso i dati relativi al 2017, che sono gli ultimi disponibili, dai quali emergeva come l’Italia fosse il paese europeo con il più alto numero di persone a rischio povertà o esclusione sociale, ben 17milioni e 400mila, pari al 28,9% della popolazione, in forte crescita rispetto al 2008 quando erano ancora 15milioni. Di questi, ci dice l’ISTAT, 5milioni e 58mila persone sono in condizioni di povertà assoluta, cioè con capacità di “spesa per consumi pari o inferiore a quella stimata come minima necessaria per acquisire un paniere di beni e servizi (…) considerato essenziale per uno standard di vita minimamente accettabile” (ISTAT audizione al Senato 4 febbraio 2019).

Siamo quindi il paese europeo con più poveri e con una misura appena introdotta – il RdC – che riuscirà a coprire soltanto la metà circa dei poveri assoluti (2milioni e 700mila nella migliore delle ipotesi a fronte di più dei 5milioni calcolati dall’ISTAT). Eppure la preoccupazione del presidente Boeri è lo “scoraggiamento al lavoro”.

Così Boeri, sia pure involontariamente, ha finito per toccare l’argomento tabù quando si parla di povertà, e cioè che non basta trovare un lavoro per avere di che vivere. Sempre secondo Eurostat i working poor sono in Italia l’11,7 della forza lavoro. Vuol dire che 12 lavoratori su 100 pur percependo un salario sono a rischio povertà, e che pertanto ci sono in Italia circa 2,7milioni di lavoratori poveri. Ad essere più esposti sono ovviamente i part-time e chi ha un impiego temporaneo.

Ma la crescita del lavoro povero è solo un aspetto della più generale tendenza alla riduzione della quota salari sul PIL. In Italia si è passati dal 69,4 del lontano 1960 al 60,6 del 2016, considerando nella quota salari anche i compensi dei CEO e dei top manager superpagati anche mille volte il salario dei propri dipendenti. La distribuzione della ricchezza si è quindi spostata nel nostro paese dalla retribuzione del lavoro verso la rendita e il profitto.

È il rapporto dell’ILO Global Wage Report 2014/15 che mostra come questa tendenza alla perdita di terreno del lavoro rispetto al capitale abbia un carattere globale e presenti però in Italia una particolare intensità. Il costo del lavoro (salari e contributi previdenziali versati dai datori di lavoro, integrato da una stima del reddito dei lavoratori autonomi) subisce un forte calo in tutto l’occidente con punte massime negli USA, in Giappone e in Italia, che è l’unico paese dove si registra un crollo di addirittura 9 punti percentuali.

La soluzione di comodo escogitata di fronte a tanta evidenza empirica è quella di scaricare sulla collettività (spesa pubblica) gli eventuali aumenti salariali, attraverso la riduzione della contribuzione per le imprese. Un modo per fingere di cambiare qualcosa, lasciando inalterata l’attuale iniqua distribuzione della ricchezza. È a questo infatti che allude Orioli sul Sole 24 ore del 6 febbraio, suggerendo a Cgil, Cisl, Uil e Confindustria di incamminarsi su questo crinale per stringere ulteriormente il loro Patto per la fabbrica e rispondere alle preoccupazioni di Mario Draghi sulla “debole dinamica delle buste paga italiane”.

Noi abbiamo invece un’idea completamente diversa su come affrontare il gap salariale del nostro paese. Innanzituttointroduzione di un salario minimo mensile per legge, che rispetti il dettato costituzionale – art. 36 Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa – ed impedisca la proliferazione di contratti nazionali di comodo. Stop al part time obbligatorio ed ai contratti flessibili. E sul piano dell’azione sindacale, piattaforme rivendicative in occasione dei rinnovi contrattuali, che consentano il recupero del tanto terreno perso in questi anni.

Sul fronte della povertà e quindi del reddito c’è bisogno di un forte rilancio dell’iniziativa pubblica, soprattutto in quei settori dove il mercato è meno interessato e che invece sono di grande utilità sociale e ambientale. Un solido sistema di servizi costituisce una condizione essenziale per contrastare le disuguaglianze sociali. Un Piano straordinario di assunzioni nella Pubblica Amministrazione, non solo per recuperare il forte gap con gli altri paesi, ma anche per rimettere in sesto zone e settori dell’economia quasi completamente abbandonati.

Qualcuno dirà: ma dove prende l’Italia i soldi per fare tutto questo? Da quelli che ce li hanno rubati in questi anni, risponde l’USB.




“‘I mercati insegneranno agli italiani come votare”

dal sito della Rete dei Comunisti:

“I mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto” – Gunther Oettinger, Commissario dell’Unione Europea

“Anche con la Grecia di Tsipras fu difficile, ma poi ci accordammo” – Angela Merkel, presidente del governo della Repubblica Federale Tedesca
E’ di questo che stiamo parlando quando denunciamo l’incredibile comportamento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha osato bloccare la formazione di un governo perché uno dei ministri era inviso ai mercati e all’establishment europeo in quanto potenzialmente – potenzialmente! – euroscettico.
 
Poco importa se alcuni leader politici – Salvini in testa – ricercassero il fallimento del governo Conte per trarne vantaggi politici ed elettorali. Ciò che importa è la motivazione che ha spinto Mattarella a comportarsi come nessuno dei suoi predecessori si era mai comportato. Non è per sentimento democratico e antifascista che ha agito il Presidente della Repubblica, come crede una parte sempre più ingenua e sprovveduta di un popolo della sinistra con lo sguardo rivolto ad un passato che non esiste più. Il problema, come ha candidamente spiegato lo stesso Mattarella, era rappresentato dal fatto che l’esecutivo in questione avrebbe potuto – pur non dichiarandolo nel proprio programma – realizzare delle politiche in contrasto con quelle dettate dalla Commissione Europea, dalla Banca Centrale Europea e dai Trattati.
 
Non stiamo quindi parlando della simpatia o dell’antipatia di questo o quel personaggio politico ma della dittatura dei mercati e di una istituzione sovranazionale, l’Unione Europea, e della sua moneta, l’Euro, costruiti sulla base delle esigenze e dell’egemonismo della Germania, della Francia e della borghesia monopolistica europea.
E’ vero. come stanno facendo notare in molti, che a scontrarsi sono due frazioni delle classi dominanti: quella maggioritaria ed integrata a livello internazionale rappresentata dal PD e dai suoi cespugli, e quella ‘nazionale’ italiana, soprattutto piccola e media borghesia, penalizzata dal processo di concentrazione del potere e della ricchezza e da un concomitante processo di gerarchizzazione e centralizzazione continentale.
 
Ma le classi popolari se da una parte devono assolutamente evitare di schierarsi con l’una o con l’altra frazione in lotta – una situazione ben rappresentata da un parlamento italiano privo di ogni sovranità ma composto da forze politiche che, a parte le sfumature, sono tutte completamente inquadrate nell’ideologia liberale – dall’altra devono entrare in campo con tutta la forza e la chiarezza necessarie contro la dittatura del capitale e dello strumento di dominazione che esso ha costruito, qui ed ora, che si chiama Unione Europea.
 
Non si può e non si deve rinunciare, da una prospettiva di classe e internazionalista, alla battaglia per rompere l’UE e i suoi trattati e recuperare la sovranità popolare negata dal regime dello spread e dei mercati solo perché queste parole d’ordine vengono agitate – quasi sempre in maniera ambigua e strumentale – dalle destre populiste e reazionarie. Anzi, a maggior ragione occorre impugnare la battaglia contro l’Euro-dittatura per sottrarne alle destre il monopolio e rimettere in campo un soggetto politico e sociale autonomo in grado di rappresentare e difendere gli interessi popolari e riaprire la via della rottura e del cambiamento.
 
Se è inconcepibile che la sinistra di classe possa schierarsi a difesa di Salvini e Di Maio è altrettanto paradossale – e triste – vedere gente che si dichiara di sinistra scendere in piazza cantando Bella Ciao per difendere l’attuazione dei poteri forti, dei mercati, delle banche e di quella oligarchia che negano quotidianamente i diritti sociali e civili, la democrazia e la sovranità popolare.



Eurostop: No al governo Cottarelli-Unione Europea. IL 16 GIUGNO TUTTI IN PIAZZA!

La Federazione del Sociale dell’Usb ha lanciato uappello a manifestare a Roma sabato 16 giugno. No al governo Cottarelli, No agoverno Ue, Fmi, Bce

Di fronte allo stallo della politica dopo le elezioni del 4 marzo, la Federazione Sociale dell’USB aveva indetto una manifestazione a Roma davanti al Parlamento per il prossimo 13 giugno. Questa scelta, condivisa da un’assemblea tenutasi a Napoli lo scorso 29 aprile, scaturiva dalla necessità di sollecitare la nuova Camera a misurarsi con i problemi reali del paese e soprattutto con il drammatico incremento delle disuguaglianze sociali. I temi della casa, del reddito e delle pensioni, del salario minimo, della protezione del territorio e del lavoro per curare il dissesto idrogeologico e dare una risposta alle popolazioni colpite dalle catastrofi naturali ed alle mille periferie sociali e geografiche, costituivano i punti nodali della piattaforma condivisa. L’obiettivo della manifestazione era l’apertura di un confronto sulle priorità del paese, per mettere al primo posto dell’agenda di governo la lotta alle disuguaglianze sociali. Eravamo consapevoli che il governo che si stava formando aveva già rinunciato a parte delle aspettative sociali suscitate in campagna elettorale e conteneva al suo interno posizioni e ricette che andavano in direzione opposta.

Ma la nuova condizione venutasi a creare con l’incarico a Cottarelli ha cambiato il contesto. Alla guida del governo viene nominato un uomo simbolo dell’austerity e delle politiche di taglio ai servizi pubblici, a significare che per gli interessi popolari, dei lavoratori e degli abitanti delle periferie, non ci può essere alcuno spazio e che nessuna concessione, neanche la più timida e moderata, può essere considerata tra gli obiettivi di governo.

Il governo e il suo programma ormai in Italia lo decidono a Bruxelles. E’ l’Unione Europea a dettare non solo i contenuti del programma di governo ma anche la composizione del Consiglio dei Ministri. Una condizione senza precedenti che mette tra parentesi la democrazia del nostro paese.

A motivare questa scelta ci sarebbe la necessità di difendere i “risparmi degli italiani”, senza considerare che siamo ormai milioni quelli che non possiamo mettere niente da parte e facciamo fatica ad arrivare alla fine del mese.

Restare a guardare ormai non è più possibile. L’agenda di governo viene scritta in base agli umori dei mercati, cioè delle banche e delle grandi imprese, e così la precarietà e la sofferenza sociale sono destinate ad aumentare. Democrazia e questione sociale tornano a marciare assieme.

Noi vogliamo poter decidere del nostro futuro: non possono essere i banchieri della BCE né gli uomini della finanza internazionale a decidere al posto nostro. Per questo, confermando tutti i motivi della manifestazione del 13 giugno ma prendendo atto che non ha alcun senso discutere con un Parlamento completamente esautorato, lanciamo un appello per una grande manifestazione nazionale da tenersi a Roma sabato 16 giugno sulle parole d’ordine:

Per combattere le disuguaglianze sociali dobbiamo rompere la gabbia dell’Unione Europea.

Solo i lavoratori e i movimenti sociali possono difendere la libertà e la democrazia

Prima i precari, i senza casa, i pensionati al minimo

Prima tutti gli sfruttati!




Viola Carofalo (PaP): “Le persone vengono prima dei profitti! Il 16 tutti a Roma”

“Le affermazioni  disinvolte del commissario europeo Oettinger sono un gravissimo attacco alla tenuta democratica del paese. Veramente immaginiamo che qualcuno in nome dei mercati possa indirizzare il voto degli Italiani? Cosa rimane dei diritti democratici in questo paese? 
Caro Oettinger, gli italiani – non quelli amici tuoi, ma i lavoratori, i giovani, gli sfruttati, i precari, quelli che vorrebbero andare in pensione e non possono – insegneranno ai mercati a stare al loro posto. Prima le persone, poi l’economia.
Se Mattarella avesse davvero voluto applicare la costituzione, sarebbe dovuto intervenire su alcuni punti del contratto di governo Lega-Movimento 5 Stelle totalmente anticostituzionali (come flat tax o misure esplicitamente razziste) ma non ergendosi a protettore degli interessi dei mercati.
Stamattina lo Spread ha toccato quota 320.  Sembra di essere tornati al 2011, con Cottarelli, uomo del Fondo Monetario Internazionale, che farà la parte di Monti.

Il Presidente Mattarella ha commesso l’errore di assumersi l’apertura di questa crisi, di nominare ancora una volta un tecnico e di legittimare la peggiore destra (Movimento 5 Stelle e Lega) come interprete delle esigenze dei cittadini.
Ora dei disastri di questa classe dirigente pagheremo noi le conseguenze. A meno che non ci organizziamo velocemente.
Per questo Sabato 16 Giugno Potere al Popolo aderirà alla manifestazione nazionale chiamata dalla federazione sociale dell’USB contro le diseguaglianze sociali.
Iniziamo fin da subito a costruire un’alternativa politica che ci sottragga a questa dittatura finanziaria.
Perché le persone vengono molto prima dei profitti.

#Primaglisfruttati




Chi comanda, qui?

da Contropiano:

Cuocere a fuoco lento i possibili ministri indesiderati e costringere l’improvvisata coalizione “giallo-verde” a mettere da parte qualsiasi velleità populista di stampo euroscettico.

Sembra proprio questa la strategia scelta dal Quirinale, che continua a rinviare la convocazione del povero Giuseppe Conte, indicato da Di Maio e Salvini come presidente del consiglio conto terzi.

Per rendere più facile il compito al presidente della Repubblica, il sistema dei media mainstream si è scatenato obbedendo all’ordine “trovate qualcosa di impresentabile nelle loro biografie”. Un curriculum con qualche menzione (forse) di troppo, qualche dichiarazione interpretata pro “metodo stamina”, è tutto quello che è stato possibile trovare sul conto di Conte. Ma non è importante il “cosa”, tanto è decisivo il “come” lo si racconta…

A Paolo Savona, indicato come ministro dell’economia, è andata meglio, visti i suoi trascorsi come alto dirigente di Banca d’Italia e direttore generale di Confindustria, poi ministro dell’industria nel governo Ciampi. Ma “La Stampa” ha pubblicato inorridita stralci del suo ultimo libro ancora in tipografia, in cui – papale papale – il potenziale ministro scrive “l’euro è una gabbia tedesca”, auspicando ovviamente che l’Italia ne esca.

Savona non è certo un estremista di sinistra, non partecipa alle riunioni della Piattaforma Eurostop e tantomeno simpatizza per Potere al Popolo (che nel programma si propone di “rompere l’Unione Europea dei trattati”). E’ un economista “operativo”, non accademico, uno che conosce a menadito forza e debolezze della struttura industriale italiana. Uno che insomma ha potuto misurare matematicamente gli effetti – negativi – dell’ingresso dell’Italia nell’Unione Europea e il rispetto dei trattati che la costituiscono, euro compreso.

Solo gli scemi possono considerare la “questione europea” come un problema “ideologico”, perché chiunque si chini sui dati economici constata che in questi 25 anni trascorsi dai trattati di Maastricht l’economia di questo paese è andata peggiorando vistosamente. E lo si può misurare.

Se questa è la situazione oggettiva, cioè un fatto reale, la si può analizzare da molti punti di vista, ma sostanzialmente due: a) quello degli industriali italiani, preoccupati del declino del proprio ruolo nella divisione internazionale dei profitti; b) dal lato dei lavoratori e delle classi popolari, che perdono occupazione, livelli salariali, diritti, servizi sociali ed anche – indirettamente, certo – un patrimonio industriale utilizzabile per altri scopi (per questo motivo, ricordiamo, durante la Resistenza gli operai difesero le fabbriche dalla distruzione pianificata dalle truppe naziste in ritirata).

C’è insomma un euroscetticismo “padronale”, espresso soprattutto dalla parte meno competitiva del sistema industriale, è c’è un euroscetticismo popolare, che nasce dal peggioramento continuo delle condizioni di vita ed anche dalla preoccupazione di poter mantenere una capacità produttiva senza la quale non sarebbe possibile nessuna politica sociale, redistributiva, egualitaria. Gli “euro-entusiasti”, invece, sono fondamentalmente servi ben retribuiti dell’establishment continentale…

Paolo Savona, come detto, è da sempre un rappresentante di punta dell’industria italiana e sa spiegare benissimo perché il suo antico euroentusiasmo si sia andato con gli anni affievolendo fino a diventare euroscetticismo, fondamentalmente anti-tedesco.

La Germania non ha cambiato la visione del suo ruolo in Europa dopo la fine del nazismo, pur avendo abbandonato l’idea di imporla militarmente. Per tre volte l’Italia ha subito il fascino della cultura tedesca che ha condizionato la sua storia, non solo economica, con la Triplice alleanza del 1882, il Patto d’acciaio del 1939 e l’Unione europea del 1992. È pur vero che ogni volta fu una nostra scelta. Possibile che non impariamo mai dagli errori?“.

Comprensibile, diciamo, che Sergio Mattarella si preoccupi di cosa potrebbero dire i suoi colleghi europei nel trovarsi davanti un ministro decisivo come quello dell’economia – che siede di diritto nell’Eurogruppo – schierato così esplicitamente contro l’azionista di maggioranza della Ue. Uno che peraltro coglie anche la contraddizione tra apparenza democratica delle istituzioni e realtà dittatoriale vigente nell’Unione: dietro il “paravento della liberaldemocrazia, c’è una concezione sovietica. La conseguenza è un fascismo senza dittatura e, in economia, un nazismo senza militarismo“.

Stabilito insomma che Savona da ministro dell’economia sarebbe una bomba piazzata nelle relazioni tra governo italiano e resto dell’Unione, c’è comunque il problema – per Mattarella – di giustificare un eventuale rifiuto di nominarlo in qualsiasi posizione all’interno del governo. In base a quale principio?

Savona non è Cesare Previti, l’avvocato di Berlusconi che il Caimano – per motivi ultranoti – voleva mettere sulla poltrona di ministro della giustizia. Non lo si può insomma accusare di voler utilizzare a fini privati una funzione pubblica di primo piano.

L’unica motivazione possibile è dunque relativa proprio ai suoi convincimenti economico-politici. Mattarella dovrebbe insomma invocare la superiorità dell’ordinamento europeo rispetto alla Costituzione italiana e al voto popolare che ha premiato forze moderatamente euroscettiche. Il che mette in discussione le stesse regole della democrazia parlamentare perché, se non vince una coalizione che sta bene a quelli di Bruxelles, allora non vale.

E’ quello che scrive esplicitamente Ugo De Siervo nel suo editoriale odierno su La Stampa (e due!): “la nostra adesione alle Comunità europee e poi all’Unione europea si basa, infatti, proprio sulla prevalenza del diritto comunitario su quello nazionale (per capirci: le decisioni fondamentali dell’Ue divengono automaticamente efficaci negli Stati membri, senza che vi sia necessità di alcuna recezione) e quindi una nostra riforma costituzionale divergente ci porterebbe automaticamente fuori dall’Unione.”

Non sappiamo se De Siervo se ne renda pienamente conto (supponiamo di sì, comunque), ma questa affermazione comporta la cancellazione pressoché completa dell’attuale Costituzione italiana (tranne l’obbligo all’”equilibrio di bilancio” inserito nell’art. 81) e la trasformazione di questo paese in una “regione” dell’Unione. Non è insomma per un capriccio che Potere al Popolo sta raccogliendo le firme per modificare l’art. 81 o Eurostop sta facendo altrettanto per poter votare con un referendum democratico sui trattati europei.

Noi, tutti, siamo qui. Questo è il campo su cui si gioca ogni conflitto, compresi quelli sociali (contro i quali l’establishment europeista e quello euroscettico si compattano in un attimo). Chi non lo capisce gioca per qualcun altro, senza neanche accorgersene.




2 giugno: la Rete dei Comunisti aderisce alla manifestazione contro la base USA di Camp Darby

Fermare il potenziamento della base USA di camp Darby

Smascherare il ruolo delle amministrazioni locali PD al fianco del Pentagono

Lottare sia contro l’imperialismo statunitense sia contro quello della UE

Con dovizia di particolari gli organi di stampa locali ci hanno informato da mesi dell’enorme potenziamento della base statunitense di Camp Darby.

Un nuovo tratto ferroviario dedicato al trasporto di armi e munizioni da e per la base nord americana.

La costruzione di un ponte girevole sul canale dei Navicelli per agevolare il trasporto delle stesse verso il porto di Livorno.

L’abbattimento di 1.000 alberi per realizzare il progetto.

Tutto questo accompagnato dalla insopportabile ipocrisia di una classe politico/amministrativa (locale e regionale) che racconta di essere rimasta allo scuro del progetto per lungo tempo.

In questi anni le Giunte PD Filippeschi e Rossi hanno costruito “ponti d’oro” per il Pentagono, coadiuvando in tutti i modi il potenziamento di quella base di guerra, che dal dopoguerra ad oggi ha contribuito alla morte di milioni di persone nell’immenso raggio d’azione delle truppe USA / NATO dislocate in Italia. La lista dei paesi e dei popoli colpiti dalle micidiali armi di distruzione di massa che partono da quella base è così lunga che occorrerebbe un documento specifico. Le ultime vittime in ordine di tempo (centinaia di migliaia) sono libiche, siriane, yemenite, che dopo le aggressioni militari continuano a morire nei deserti e nei mari attraversati per fuggire alla miseria creata dalle guerre di riconquista coloniale.

La strategia di guerra e di morte della NATO e degli USA non cambia da una amministrazione all’altra. Obama e Trump in questo pari sono. Cambiano le forme, non la sostanza. L’amministrazione Trump è l’espressione della debolezza di un sistema imperialista in declino, che usa la forza militare per tentare di perpetuare una centralità persa sul terreno economico e dell’egemonia a livello internazionale.

Le basi militari come camp Darby sono strumenti di guerra e controllo territoriale, di ingerenza diretta statunitense non solo della coalizione emersa dal voto del 4 marzo, quel duo Salvini/Di Maio prono ai voleri sovranazionali, ma anche contro l’Unione Europea, che si sta emancipando economicamente e militarmente dagli USA. La cosiddetta “Cooperazione Strutturata Permanente sulla Difesa” firmata da 23 paesi UE il 12 novembre ‘17 a Bruxelles è un ulteriore tassello nella costruzione di un esercito europeo che aumenta la distanza e lo scontro tra i due colossi imperialisti.

Le popolazioni locali (non solo di Pisa e Livorno ma di tutto il paese) subiscono da decenni la presenza di camp Darby, che mette in costante pericolo la nostra incolumità fisica, oltre ad essere un onere costante per le casse dello Stato, nonostante le chiacchiere sul finanziamento in dollari statunitensi di questa ultima ipotesi di ampliamento.

Il movimento contro la guerra deve reagire, come ha fatto in questi anni, a questa ulteriore opera di potenziamento militare e di distruzione dell’ecosistema di Tombolo, territorio che deve tornare sotto il controllo della sovranità popolare locale, allontanando definitivamente le truppe e le armi USA dai nostri territori.

Il PD e il nuovo asse Lega/M5S vanno indicati come nemici della pace, smascherando le ipocrite campagne mediatiche e pre elettorali che nascondono l’evidenza del loro ruolo.

Per la chiusura immediata della base USA di camp Darby e la sua riconversione a scopi civili, per l’uscita dell’Italia dalla NATO, contro l’imperialismo USA e l’imperialismo della Unione Europea.

Su questi obiettivi il 2 giugno la Rete dei Comunisti scenderà in piazza contro la base USA di camp Darby, insieme a tutte le forze politiche, sociali e sindacali coerentemente schierate contro la guerra.

 

Rete dei Comunisti

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29 maggio: Potere al Popolo presenta 2 leggi di iniziativa popolare




A Gaza non è uno scontro. E’ un massacro

Scienziati e medici italiani ed inglesi hanno pubblicato questa lettera dal titolo The Maiming Fields of Gaza (I campi dei mutilati di Gaza) sul British Medical Journal  https://www.bmj.com/content/34 9/bmj.g6644/rr.  A Roma convocato un sit in urgente sotto Montecitorio alle ore 17.30 di martedi 15 maggio.

La traduzione in italiano

Dal 30 marzo 2018, i civili palestinesi che vivevano come profughi ed esiliati a Gaza da quando erano stati cacciati dalla Palestina si sono radunati in manifestazioni disarmate di massa sul loro diritto al ritorno nella patria che hanno perso nel 1948. Affrontati dall’esercito israeliano, inclusi 100 cecchini, il bilancio dei morti e feriti civili palestinesi sta crescendo a un ritmo scioccante mentre scriviamo.
C’è uno sfondo per questo. In primo luogo, vi è l’impatto in atto del blocco israeliano di Gaza durato 12 anni circa la cura e la salute della sua gente e il degrado dei suoi servizi sanitari. La violenza e la distruzione inflitte dall’azione militare israeliana in Operazione Protective Edge nel 2014 e Operazione Cast Lead nel 2008-9 hanno segnato un netto punto di svolta nella pauperizzazione di Gaza, sullo sfondo di un blocco sempre più serrato dal 2006. Questo assalto nel 2014 è stato ucciso oltre 2.200 civili, un quarto dei quali erano bambini, feriti 11.000, distrutto 15 ospedali, 45 cliniche e 80.000 case. (1)

Dal 2014 Israele ha ulteriormente ristretto il passaggio di medicinali e attrezzature essenziali a Gaza e l’ingresso di medici ed esperti stranieri che offrono competenze tecniche non disponibili a livello locale. Gli ospedali di Gaza si sono impoveriti di antibiotici, agenti anestetici, antidolorifici, altri farmaci essenziali, articoli usa e getta e carburante per gestire i teatri chirurgici. (2) I pazienti muoiono mentre aspettano il permesso di andare in terapia specialistica fuori da Gaza. Tutti gli interventi di chirurgia elettiva sono stati annullati dallo scorso gennaio 2018 e 3 ospedali sono stati chiusi a causa di farmaci, attrezzature e scarsità di carburante (3). Il personale medico ha lavorato a stipendi ridotti. I professionisti della sanità di Gaza trovano quasi impossibile ottenere il permesso israeliano di recarsi all’estero per migliorare la loro formazione. I regolari episodi di assalto militare a Gaza e l’attuale attacco di manifestanti disarmati fanno parte di un modello di emergenze periodicamente indotte dalla politica israeliana. Gli effetti cumulativi dell’impatto sull’assistenza sanitaria per la popolazione generale sono stati documentati in più rapporti da ONG, agenzie delle Nazioni Unite e OMS. (4). Questa sembra essere una strategia per il de-sviluppo dei servizi sanitari e sociali che colpiscono tutta la popolazione di Gaza.

L’attuale uso sistematico di una forza eccessiva nei confronti di civili disarmati, compresi bambini e giornalisti, sta provocando un’ulteriore crisi per il popolo di Gaza. Dal 30 marzo 2018, i cecchini che sparano munizioni di grado militare hanno causato ferite paralizzanti a dimostranti disarmati. (5) A partire dal 23 aprile 2018, 5511 palestinesi, inclusi almeno 454 bambini, sono stati feriti dalle forze israeliane, inclusi 1.739 da munizioni vere secondo il Ministero della Sanità palestinese a Gaza. A partire dal 27 aprile, il bilancio delle vittime ha raggiunto i 48 (a cui si aggiungono i 55 del massacro di oggi lunedi 14 maggio, ndr) e altre centinaia di feriti.

Persino la BBC ha mostrato film sulle deliberate sparatorie di persone che stavano in piedi inoffensive o che stavano scappando, compresi bambini e giornalisti (6). Il fuoco da cecchino è per lo più non alla testa, con la maggior parte delle ferite alla parte inferiore del tronco e alle gambe. Dozzine hanno avuto bisogno dell’amputazione di emergenza di una o di entrambe le gambe, e altre 1.300 hanno richiesto fissazioni esterne immediate che comporteranno circa 7.800 ore di chirurgia ricostruttiva complessa successiva se si vogliono salvare gli arti. Questo è calcolato maiming. Altre persone potrebbero morire o incorrere in invalidità per tutta la vita a causa del degradato stato di salute del paese, il divieto da parte di Israele del trasferimento per i feriti gravi (7). In che modo Gaza sopravvive a questa situazione? E nel frattempo, ai molti che hanno perso l’assistenza sanitaria non di emergenza a causa della continua mancanza di medicine ed energia, si aggiungeranno molti altri, ora che tutte le scarse risorse vanno a sostenere gli sforzi per cercare di salvare gli arti colpiti.

Mentre varie agenzie delle Nazioni Unite e dell’OMS hanno condannato le azioni israeliane, i governi occidentali non hanno fiatato e quindi rafforzano l’impunità che Israele sembra sempre godere nelle azioni sostenute verso la società palestinese. Altri che cercano di documentare e attirare l’attenzione su eventi come questo, anche su riviste mediche, sono spesso soggetti a denigrazioni e attacchi ad hominem, così come gli editori di riviste (8). Sono questioni di vergogna internazionale.

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Derek Summerfield, Istituto di Psichiatria, Psicologia e Neuroscienze, King’s College, Università di Londra.
David Halpin, chirurgo ortopedico e traumatologo in pensione. Membro – Associazione ortopedica britannica.
Swee Ang, Consultant Trauma and Orthopedic Surgeon, Barts Health, Londra
Andrea Balduzzi, ricercatore, Università di Genova, Italia
Franco Camandona, MD, Ospedale Galiera, Genova, Italia
Gianni Tognoni, Istituto Mario Negri, Milano, Italia,
Ireo Bono, MD, oncologo, Savon, Italia
Marina Rui, PhD Università di Genova, Italia
Vittorio Agnoletto, MD, Università degli Studi di Milano, ex deputato al Parlamento europeo, Italia

(1) 50 giorni di morte e distruzione. Istituto per la comprensione del Medio Oriente. https: //imeu.org/article/50-days-of-death-destruction-israels-operation -…

(2) Emergency Delegation to the Gaza Strip. Physicians for Human Rights Israel.
http://www.phr.org.il/en/phri- emergency-delegation-to-the- gaza-strip-apr…

(3) – https://www. middleeastmonitor.com/ 20180213-work-at-main-gaza- hospital-st…  February 13, 2018
– http://www.aljazeera.com/ news/2018/02/palestinians-die- israel-refuses-me…

(4) Unnecessary loss of life   http://gisha.org/updates/ 8742
-Humanitarian Coordinator calls for protection of Palestinian demonstrators in Gaza alongside support for urgent humanitarian needs – https://www.ochaopt.org/ content/humanitarian- coordinator-calls-protectio…
-Israel/OPT: Authorities must refrain from using excessive force in response to Palestine Land Day protests   https://www.amnesty. org/en/latest/news/2018/03/ israelopt-authorities-mus…

5) World Health Organisation Special Situation report- Gaza, Occupied Palestinian Territory. https:// israelpalestinenews.org/who- special-situation-report-gaza- occupi…

6) The Palestinian Day of Return: from a short day of commemoration to a long day of mourning K. Elessi 27 April 2018, Lancet
https://doi.org/10.1016/S0140- 6736(18)30940-1
Civilians, health workers, journalists and children killed and wounded march 30-april 27, 2018
– http://www.msf.org/en/ article/palestine-msf-teams- gaza-observe-unusually…
-Horrific injuries reported among Gaza protesters   https://www.map. org.uk/news/archive/post/828- horrific-injuries-reported-…  Palestinians killed and hundreds injured in Gaza during demonstrations along the fence   https://www.ochaopt.org/ content/four-palestinians- killed-and-hundreds-in…
-New MAP film from Gaza: health workers under attack
https://www.map.org.uk/news/ archive/post/827-new-map-film- from-gaza-atta…
-Adalah& Al Mezan petition Israeli Supreme Court: Order Israeli army to stop using snipers, live ammunition to disperse Gaza protests   http://www.mezan.org/ en/post/22754/Adalah+%26+Al+ Mezan+petition+Israeli+…

(7) –   https://www.ochaopt.org/ theme/casualties
– https://mailchi.mp/phr/ muwsh5pulz-991741?e=19b7f93641

(8)Pressure on ‘The Lancet’ for Gaza letter another example of pro-Israel assault on freedom of expression 11 novembre 2014 |Catherine Baker pour Mondoweisshttp://www.aurdip. fr/pressure-on-the-lancet-for- gaza.html?lang=fr




La posizione di Potere al Popolo Pisa sulle elezioni amministrative

Ai tanti elettori che in questi giorni si stanno domandando se Potere al Popolo Pisa si presenterà alle elezioni amministrative.

La nostra posizione sulle elezioni amministrative locali, il nostro programma di lotta e di insediamento sui territori.

Venerdì 4 Maggio si è svolta la quinta assemblea di Potere al Popolo! di Pisa, che ha visto la partecipazione di Giorgio Cremaschi, facente parte del coordinamento nazionale di Potere al Popolo!
L’Assemblea, oltre ad un bilancio sull’attività svolta, ha chiarito quale sarà il posizionamento di Potere al Popolo nelle prossime elezioni amministrative locali, delineando più in generale un progetto di insediamento sui nostri territori.
 
Il bilancio del lavoro fin qui svolto da Potere al Popolo a Pisa è lusinghiero.
 
Dopo l’ottimo risultato alle elezioni politiche del 4 marzo a Pisa, con il 3,38% corrispondente a 1725 voti, ci siamo attivati nella lotta per il lavoro, contro gli sfratti, nel sostegno della causa Palestinese con la biciclettata contro la partenza del giro d’Italia da Gerusalemme, nel sostegno attivo alla campagna nazionale di raccolta firme sulle due Leggi di iniziativa popolare contro il pareggio di bilancio inserito in Costituzione dal governo Monti nel 2013 e per un referendum sui trattati europei, raccolta firme che continuerà durante la campagna elettorale locale, con l’obiettivo di rompere il “Patto di stabilità”, che impedisce ai Comuni di utilizzare risorse pubbliche a fini sociali.
 
Dall’assemblea del 4 maggio sono emersi i passaggi delle ultime settimane in merito della questione elezioni amministrative locali. La precedente assemblea aveva dato mandato al Coordinamento cittadino di Potere al Popolo di sondare la disponibilità della coalizione Diritti in Comune ad inserire la lista e il simbolo di Potere al Popolo! in quella coalizione, sulla base dei nostri temi e obiettivi, non certo a fini elettoralistici.
 
Il Partito della Rifondazione Comunista (PRC) e di Una Città in Comune (UCIC), componenti fondamentali della coalizione “Diritti in Comune” hanno rifiutato la nostra proposta, adducendo motivazioni formalmente incomprensibili ed unilaterali, determinando così le condizioni per un’assenza del simbolo di Potere al Popolo! nelle elezioni locali, in un contesto nazionale e regionale che vede in molte altre città italiane e toscane la nostra presenza con liste autonome o in coalizione, come a Massa e a Siena.
 
Le valutazioni che hanno portato il PRC e UCIC al rifiuto anche di un incontro con noi, mentre le loro porte sono rimaste aperte a forze politiche oggettivamente alternative a Potere al Popolo!, come Sinistra Italiana (Sinistra Italiana è stata interna alla coalizione “Diritti in Comune” sino al 4 marzo, dopo il risultato delle elezioni politiche nazionali ne è uscita) e Possibile, provengono evidentemente da valutazioni unilaterali e senza possibilità di confronto reale, di cui la coalizione “Diritti in Comune” si assume la responsabilità politica di fronte agli elettori di Potere al Popolo a Pisa, più in generale di fronte alla cittadinanza.
 
Preso atto di questa paradossale situazione venutasi a creare a Pisa, per cui una forza facente parte di Potere al Popolo! a livello nazionale (il PRC) e un’altra che ha appoggiato dall’esterno il nostro progetto politico (UCIC) hanno impedito di presentare la lista di Potere al Popolo! a Pisa, l’assemblea del 4 maggio ha preso alcune decisioni in merito alla nostra presenza in campagna elettorale per il rinnovo del consiglio comunale di Pisa.
 
Il contributo di Giorgio Cremaschi durante l’assemblea del 4.5 è stato in questo senso importante. Soffermandosi sui prossimi impegni di Potere al Popolo, a partire dalla prossima assemblea nazionale del 26 e 27 Maggio, Cremaschi ha evidenziato la necessità di chiarire il ruolo di PaP nel Paese e sui territori, attraverso una proposta politica che non deve essere considerata come seconda scelta, ma come la sola che possa realmente rappresentare le classi popolari.
 
Dedicando grande attenzione alla situazione pisana, Cremaschi ha chiarito che “…L’esigenza che ci anima è quella di operare una ricomposizione sociale, degli sfruttati, non dei ceti dirigenti dei partiti. In questo senso occorre ringraziare chi ha generosamente contribuito a rafforzare la proposta politica di Potere al Popolo, senza denigrarla, valorizzando il contributo di tutte le strutture che la compongono, insieme a tante soggettività messesi a disposizione, a cui a tutti gli effetti è rivolto il progetto di Potere al Popolo”. Come ha ulteriormente chiarito Cremaschi, il progetto di Potere al Popolo non può essere un “treno che si prende e si abbandona in base alle esigenze di partito o di ceto politico, perché questa è una logica del passato, che ha progressivamente distrutto la cosiddetta sinistra radicale”.
In questo senso, il tema centrale che dovrà caratterizzare la nostra azione politica durante la campagna elettorale locale, sempre secondo le parole di Cremaschi, dovrà essere quello del lavoro, costruendo una azione che si proponga di rendere le città dejobsizzate e deprecarizzate, partendo dal tema della reinternalizzazione dei tanti servizi pubblici passati in mano al privato, grazie alle politiche del PD e delle sue maggioranze locali, con le conseguenze che vediamo tutti i giorni: aumento dello sfruttamento e dell’infortunistica sul lavoro, riduzione dei diritti e dei salari, peggioramento dei servizi alla cittadinanza.
 
Sulla base di queste valutazioni, l’assemblea del 4 maggio ha deciso di dare continuità al lavoro autonomo e indipendente di Potere al Popolo! anche durante la campagna elettorale locale, su temi e obiettivi caratterizzanti il nostro programma nazionale e locale.
 
Insieme al tema centrale del lavoro, che ci ha portato a dare sostegno agli scioperi dell’8 e del 9 maggio all’aeroporto di Pisa e al CNR, è emersa la necessità di proseguire nella campagna nazionale per la raccolta firme sulle due Leggi di Iniziativa Popolare contro il pareggio di bilancio in Costituzione e per un referendum sui trattai europei. In continuità con la biciclettata contro Israele, l’assemblea ha aderito alla giornata di eventi del 15 Maggio sulla Palestina promossi dall’Unione Sindacale di Base.
 
Altri temi della nostra campagna elettorale saranno centrati sulla rottura del “patto si stabilità” che impedisce investimenti sociali da parte dei Comuni, sulla sicurezza sociale contro la logica repressiva dei Daspo, per la difesa e il rilancio di una scuola e una università pubbliche aperte alla città, contro ogni loro privatizzazione, per la difesa di una sanità pubblica e gratuita per tutti, per la garanzia del diritto alla casa per tutti i bisognosi, attraverso un piano di requisizione delle case sfitte e il rilancio dell’edilizia pubblica, per la lotta contro la guerra e la demilitarizzazione dei nostri territori, a partire da una mobilitazione contro il previsto potenziamento della base USA di Camp Darby.
 
Per affrontare gli impegni di campagna elettorale e i temi da portare alla cittadinanza, abbiamo ravvisato la necessità di rafforzare i gruppi di lavoro, per i quali è impegnato il nostro Coordinamento territoriale.
 
Infine, la nostra decisione in merito alle elezioni amministrative è quella di non dare alcuna indicazione di voto. I nostri candidati nella situazione pisana saranno visibili nel conflitto, non nelle liste elettorali.
 
La sfida è appena iniziata.
 
Potere al Popolo!



Elezioni RSU nel Pubblico Impiego: Grande affermazione di USB. Il sindacato che serve!

Elezioni RSU nel Pubblico Impiego: Grande affermazione del sindacato che serve.

Al CNR di Pisa siamo il primo sindacato!

Le elezioni RSU nel pubblico impiego appena concluse hanno visto un’importante affermazione dell’Unione Sindacale di Base, a livello nazionale e nella nostra città, nei settori dove siamo presenti.

Il risultato più eclatante della nostra crescita l’abbiamo avuto Al CNR di Pisa, dove l’USB diventa il primo sindacato. Un’affermazione così importante nella più grande sede della ricerca pubblica a livello nazionale, è il riconoscimento alla chiarezza delle posizioni e delle lotte che il nostro sindacato ha portato avanti negli ultimi anni.

Recentemente abbiamo messo in campo un percorso di lotta importante, negli ultimi mesi con l’occupazione di un’aula del CNR di Pisa e l’aver portato la nostra protesta, con scioperi e presidi, ovunque (al MEF,  al MIUR, alla Funzione Pubblica, nella sede centrale) abbiamo fatto passi importanti.

La lotta contro il precariato ha fatto crescere una nuova leva di militanti sindacali e soprattutto ha evidenziato una funzione diversa del sindacato: Il sindacato che dice no alla precarietà, che sostiene la funzione sociale della ricerca pubblica, che non cogestisce con i vertici dell’ente le politiche del governo e dei dirigenti.

USB è il sindacato che ha detto no all’ultimo contratto collettivo azionale di lavoro, firmato da cgil cisl e uil proprio l’ultimo giorno delle elezioni per le RSU. Un contratto che cancella la libertà della ricerca, che taglia diritti e concede in cambio un’elemosina dopo 9 anni di blocco, che predispone la fine delle stabilizzazioni richiamando il jobs act.

Come sempre, la lotta indipendente e contrapposta al sindacalismo filo aziendale e filo governativo rappresentato da cgil cisl uil, la coerenza di classe, la capacità di ottenere risultati concreti, paga.

Negli altri settori del Pubblico Impiego manteniamo e rafforziamo la nostra presenza. Alla Scuola Normale Superiore cresciamo notevolmente, raddoppiando i seggi. All’Università, all’ Agenzie fiscali,  all’INPS e al Tribunale (Ministero della Giustizia) confermiamo in pieno i nostri risultati.

Per la prima volta siamo riusciti a presentare una lista al Comune di Pisa, a testimonianza del progressivo radicamento di un sindacato che trova nuove leve all’interno ma anche all’esterno dei posti di lavoro, attraverso l’attività della nostra Federazione del Sociale sui temi della casa, del reddito, della difesa dei servizi pubblici.

La lotta contro la precarietà, che da sempre ci caratterizza, sia con le lotte aziendali ma soprattutto con la nostra opposizione a tutte le politiche e le riforme che in questi anni hanno fatto della precarietà e della flessibilità l’elemento caratterizzante di un contratto di lavoro.

Diciamo grazie a tutti i lavoratori che ci hanno votato e che insieme a noi costruiscono il sindacato che serve 

USB è il sindacato che serve. Insieme siamo imbattibili.

USB Federazione di Pisa