Dai lavori usuranti ai pensionati sotto usura

Solo la libidine di servilismo da cui sono soggiogati i gruppi dirigenti di CGILCISLUIL può aver fatto sì che questi considerassero interessante il progetto del governo sul prestito bancario ventennale, necessario per poter andare in pensione un po’ prima. Del resto il confronto con la Francia mostra ogni giorno come i grandi sindacati confederali in Italia siano parte del disastro che è precipitato addosso al mondo del lavoro, cioè siano tra i problemi e non tra le soluzioni.

La sola cosa giusta e ragionevole da fare sarebbe quella di riabbassare l’età pensionabile dai livelli iniqui cui l’ha elevata la legge Fornero. Ma siccome il governo si è impegnato con la Troika a non toccare quella legge, ecco allora il coniglio che salta fuori dal cappello: il mutuo per la pensione.

Il governo propone che un lavoratore di 63/64 anni possa andare in pensione prima dei 67/68 imposti dalla legge Fornero, facendo un prestito in banca. Cioè la banca, a chi dovesse lasciare il lavoro prima, pagherebbe una simil pensione per i tre quattro anni mancanti rispetto alla scadenza effettiva della quiescenza. Il pensionato restituirebbe poi la somma dovuta con un mutuo ventennale. Quindi un lavoratore che normalmente ha già il reddito gravato dal mutuo per la casa e per altre spese fondamentali, dovrebbe indebitarsi in vecchiaia per altri venti anni, cioè finirebbe per non prendere mai la pensione che ha maturato, a meno che non si avvicinasse alla soglia dei 90 anni di età. Inoltre, se sfortunatamente dovesse morire prima del dovuto, lascerebbe al coniuge e agli eredi un debito in più. I mutui non si estinguono per la scomparsa del soggetto titolare.

Il governo ha fatto capire che potrebbe venire incontro ai pensionati più poveri o più in difficoltà, aiutandoli o sul capitale o sugli interessi. Ma in realtà questi soldi pubblici andrebbero come compensazione alle banche, che sarebbero comunque le prime beneficiarie di tutta la mostruosa operazione.

Io non credo che un pensionato in buona salute e sano di mente, di questi tempi sia interessato a indebitare così sé stesso e la propria famiglia per quasi un quarto di secolo. Penso però che il progetto del governo sia stato realizzato per tre precisi scopi.

Il primo è quello di venire incontro alla Confindustria, che pur essendo stata una tifosa sfegatata della legge Fornero, sa bene quanto essa sia difficilmente applicabile nelle sue imprese. Che vogliono liberarsi il prima possibile dei lavoratori più anziani, anche per sostituirli con assunzioni senza articolo 18, sottopagate e finanziate dallo stato. Finora le aziende che volevano “svecchiare” dovevano ricorrere alla crisi aziendale, usare la cassa integrazione o la mobilità, e magari spendere di tasca propria incentivi ai dipendenti, perché si dimettessero prima della pensione. Ora, agevolate anche dalla liberalizzazione dei licenziamenti economici realizzata sia da Monti che da Renzi, le imprese potranno spingere i dipendenti anziani ad andarsene prima della pensione, e costringerli ad instaurare il famigerato mutuo, risparmiando sugli incentivi. A questo esodo non sono interessate solo le aziende industriali ma tutte le imprese a partire proprio dalle banche, che hanno annunciato decine di migliaia di esuberi per i prossimi anni. Possiamo allora immaginare l’azienda di credito che caccia il suo stesso dipendente anziano dal posto di lavoro, mentre poi lo lega ancora a sé con il mutuo aperto ai suoi sportelli…Quante consulenze farlocche si preparano!

Il secondo scopo del governo è quello di addossare al lavoratore stesso i costi del suo logoramento psicofisico. Infatti, se non spinto dalla azienda, chi potrebbe comunque essere costretto ad indebitarsi pur di uscire dal lavoro? Chi non ce la fa più, chi fisicamente o psicologicamente sia così logorato dalla propria mansione, da essere disposto anche a rischiare la rovina economica pur di essere fuori dal lavoro. Gli operai , i macchinisti dei treni, gli infermieri, i tanti sottoposti a vecchie e nuove fatiche e, soprattutto, le donne a cui tocchi il carico doppio del lavoro duro e della cura familiare. A queste lavoratrici e questi lavoratori una volta i governi promettevano la pensione anticipata per il lavoro usurante, cioè lo stato giustamente avrebbe dovuto farsi carico del danno subito per la durezza del lavoro. Ora invece i lavoratori questo danno se lo pagherebbero di tasca propria, indebitandosi con le banche. Da lavoratori usurati a pensionati sotto usura.

Infine il terzo scopo del governo è ovvio: aprire al sistema bancario una nuova prateria per i profitti. Che non sono solo quelli preannunciati dai prestiti, ma anche quelli attesi dall’ingresso in pompa magna del sistema bancario nella previdenza pubblica.

Questo, secondo me, è lo scopo di fondo della operazione: avviare la privatizzazione del sistema pensionistico pubblico, affidando sempre di più la pensione al sistema bancario, assicurativo e finanziario. CGILCISLUIL sono poco sensibili oramai su questo tema, perché sempre più coinvolte nei fondi pensionistici e sanitari integrativi. Però qui si avvia un salto di qualità : la trasformazione della pensione da diritto sociale a investimento di capitale. Una volta entrate nel sistema pensionistico pubblico, ci penseranno le banche stesse ad allargare lo spazio che viene loro così generosamente offerto dal governo. All’interno del quale riscuote sempre più credito il modello pensionistico cileno. Cioè il sistema imposto, su decine di migliaia di cadaveri, dal dittatore Pinochet. Sistema che ha distrutto la pensione pubblica sostituendola con l’assicurazione privata. Josè Pinero, il ministro responsabile per conto del tiranno cileno di quella spaventosa controriforma, con strana coincidenza è in Italia proprio in questi giorni, riverito ospite del gruppuscolo renziano di Scelta Civica.

A coloro che sostengono che la controriforma costituzionale di Renzi non tocchi i principi fondamentali della nostra Carta, suggerisco di confrontare quei principi con questo progetto di speculazione finanziaria sulla previdenza pubblica. Altro che ritocchi, è l’essenza della Costituzione antifascista che viene messa in discussione da governanti sempre più spregiudicati quanto pericolosi. Bisogna fermarli.




Eurostop contro la Loi Travail e Jobs Act, a Milano bloccato il Tgv

14/6/2016

Ieri in diverse città italiane le organizzazioni sociali, sindacali e politiche che promuovono la Piattaforma Sociale Eurostop hanno organizzato momenti di mobilitazione contro la gabbia dell’Unione Europea e di solidarietà nei confronti della lotta dei lavoratori e delle lavoratrici francesi contro la Loi Travail imposta dal governo socialista.
Mentre a Parigi ed in altre città francesi scendevano in piazza circa un milione e trecentomila persone – lavoratori, disoccupati, studenti e pensionati – da Milano a Bologna, da Pisa a Firenze a Roma si tenevano iniziative di sostegno ad una lotta che ha una rilevanza continentale.

“Da molte settimane lavoratori, giovani, popolo francesi sono in lotta contro la legge voluta dal governo Hollande, sotto dettatura della Unione Europea, che distrugge il contratto nazionale, liberalizza i licenziamenti, peggiora il salario e le condizioni di lavoro. Quel grande fronte di lotta, che vede assieme organizzazioni sindacali movimenti, operai, studenti, precari, oggi parla a tutta l’Europa e suona la campana della ribellione alle politiche liberiste di distruzione dei diritti sociali e del lavoro, che sono la sostanza della Unione Europea” scriveva nei giorni scorsi la Piattaforma Sociale Eurostop chiamando alla mobilitazione. “In Italia quelle politiche sono ora realizzate dal Jobsact e dalla controriforma costituzionale del governo Renzi. La lotta del popolo francese parla prima di tutto a noi e chiede conto prima di tutto della passività e della complicità dei grandi sindacati confederali, ma anche dei limiti dei nostri movimenti e del più tradizionale mondo della sinistra. La Piattaforma sociale Eurostop ritiene che tutte le forze disposte a lottare contro le politiche di austerità e competitività liberista debbano oggi mobilitarsi a sostegno della lotta in Francia”.

Milano

Nel capoluogo lombardo alcune decine di manifestanti hanno deciso di sanzionare gli interessi francesi. Dopo un primo presidio in Piazzale Loreto realizzato a partire dalle 14.30 dai militanti sindacali e politici ai quali si sono aggiunti precari e attivisti di alcuni centri sociali, i manifestanti hanno deciso di spostarsi alla Stazione Garibaldi dove hanno occupato un binario e così impedito la partenza del TGV Milano-Parigi. Per circa un’ora il blocco è stato mantenuto da una cinquantina di manifestanti, nonostante le ripetute minacce di sgombero da parte delle forze dell’ordine. Da registrare invece una certa solidarietà, o quantomeno tolleranza, da parte dei passeggeri del treno ad alta velocità. Poco prima delle cinque il blocco è stato tolto e i manifestanti si sono trasferiti a via Magenta, improvvisando un altro presidio sotto gli uffici del Centro Culturale Francese.

Bologna

Anche Bologna è scesa in piazza per esprimere la propria solidarietà nei confronti dei lavoratori francesi in lotta contro la loi travail, una legge che come il jobs act italiano sta condannando milioni di persone al precariato e alla totale assenza di diritti. Durante la mattinata i lavoratori del Si Cobas hanno bloccato l’interporto, mentre gli attivisti della Campagna Noi Restiamo hanno appeso uno striscione di denuncia e solidarietà di fronte alla sede del Consolato francese. Nel pomeriggio, gli attivisti delle varie sigle aderenti alla Piattaforma Eurostop hanno realizzato un lungo volantinaggio tra i pendolari davanti alla stazione centrale di Bologna, esponendo uno striscione che poi è stato esposto dalla scalinata della Montagnola con scritto “contro l’Unione Europea e il Jobs Cct, solidarietà ai lavoratori francesi in lotta contro la loi travail”. In serata un corteo partito dalla sede del Vag ha sfilato per le vie della città passando anche sotto le sedi di Cgil e Cisl e puntando così il dito su questi due sindacati complici dei governi che hanno svenduto i lavoratori al Jobs act renziano.

Toscana

A Firenze a partire dalle 18 gli attivisti dei sindacati di base, di alcuni centri sociali e di varie organizzazioni della sinistra anticapitalista hanno realizzato un presidio in Piazza Ognissanti, a pochi passi dalla sede del consolato francese, che poi si è trasformato in un corteo composto da circa duecento persone. La manifestazione ha raggiunto la sede locale di Confindustria sfilando dietro uno striscione che recitava: “Contro Jobs Act e Loi Travail in Italia come in Francia solidarietà. Rilanciare la lotta”.

A Pisa Eurostop e il comitato per il No al Referendum Costituzionale nel pomeriggio di ieri hanno realizzato un presidio ed un volantinaggio di solidarietà con i lavoratori francesi davanti alla sede della Mensa Universitaria.

Roma

A Roma una cinquantina di attivisti aderenti alla Piattaforma Sociale Eurostop – Unione Sindacale di Base, Rete dei Comunisti, Noi Restiamo, Partito Comunista d’Italia, Federazione Giovanile Comunista Italiana ed altri – hanno manifestato dalle 16 alle 18 in piazza Campo de’ Fiori, denunciando davanti all’ambasciata di Francia situata nella contigua Piazza Farnese quanto l’imposizione del governo socialista di Parigi risponda alle esigenze delle classi dirigenti dell’Unione Europea nei confronti della quale i manifestanti hanno invocato la rottura. “Con la lotta dei lavoratori francesi per rompere l’Unione Europea – Loi Travail non merci” recitava infatti uno degli striscioni esposti durante l’iniziativa.
Durante la manifestazione gli intervenuti hanno più volte denunciato l’atteggiamento supino dei sindacati confederali italiani di fronte ai durissimi attacchi al mondo del lavoro e ai diritti sociali proveniente dai governi italiani e da Bruxelles, un atteggiamento collaborazionista che stride assai con la dura lotta condotta ormai da più di tre mesi da parte della quasi totalità delle organizzazioni dei lavoratori d’oltralpe.
Dalle 18 in poi sempre in Campo de’ Fiori si è tenuto un altro presidio convocato da varie sigle del sindacalismo di base e della sinistra radicale.




Napoli: Convegno sull’Unione Europea

21/5/2016

http://www.eurostop.info/event/convegno-sullunione-europea/

italexit

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E’ finita la colpevole inerzia nella denuncia dei pericoli di guerra. In occasione del venticinquesimo anniversario della prima Guerra del Golfo (1991), Sabato 16 gennaio migliaia di persone, attivisti sociali, antimilitaristi, sindacalisti sono scesi in piazza a Roma, a Milano e in altre città, per dire No alla guerra che sta caratterizzando questo primo quindicennio del XXI Secolo.

A Roma un corteo di massa, animato anche dalle orchestre popolari di diversi quartieri ha sfilato da Piazza Esquilino a Piazza Madonna di Loreto. A Milano il corteo è partito da Piazza San Babila arrivando fino alla Darsena dove sono state lanciate in cielo decine di lanterne. Altre manifestazioni locali più piccole si sono svolte in molte città., tra cui Trieste, a Sassari, a Livorno, a Genova. Un’altra ci svolgerà domenica mattina del 17.1 a Sigonella in Sicilia davanti alla base militare Usa.

In piazza, tra le numerose bandiere No War, palestinesi, siriane o del sindacato Usb, si sono visti anche molti immigrati africani e asiatici, le comunità palestinesi, libanesi e siriane che si oppongono al terrorismo dell’Isis ma anche all’intervento militare destabilizzante degli Usa, dell’Unione Europee e delle petromonarchie del Golfo. I cortei ha denunciato i pericoli di guerra che oggi indicano una escalation proprio nell’area mediterranea, sia est (in Siria e Iraq) sia a sud in Libia.

Ed è proprio lo scenario libico quello che i manifestanti hanno denunciato con forza. L’Italia si appresta ad essere capofila dell’operazione di intervento militare in Libia e dall’Isis già giungono minacce su rappresaglie nelle città italiane. Ancora volta saranno le popolazioni, sia in Libia che in Italia, a pagare il prezzo di sangue più alto per le scelte dei governi. Negli interventi in piazza i partecipanti alle manifestazioni hanno denunciato la pericolosa connessione tra guerra esterna e guerra interna le cui prime avvisaglie sono lo stato d’emergenza costituzionalizzato in Francia e praticato in Italia, il via libera alle spese militari al di fuori del Patto di Stabilità imposto dalla Unione Europea che falcidia invece i servizi sociali, i salari, le pensioni, il lavoro.

A Roma durante il corteo una bandiera dell’Unione Europea è stata bruciata dai manifestanti.La giornata di mobilitazione di oggi è stata lanciata lo scorso 21 novembre dalla Piattaforma Sociale Eurostop nel corso della sua prima assemblea nazionale. Eurostop è nata per rompere con i “piloti automatici” – l’Unione Europea/Eurozona e la Nato – che stanno provocando una politica antipolare di austerity e crescenti pericoli di guerra.

Si tratta di due apparati sovranazionali che trascinano i paesi aderenti dentro scelte pericolose e antisociali ormai visibili a tutti. La costituzionalizzazione dello stato d’emergenza in Francia indica come il clima di guerra cominci a ipotecare seriamente gli spazi democratici nei paesi coinvolti.

Quella del 16 gennaio è stata una vera giornata di mobilitazione attesa da tempo per affermare che anche nel nostro paese c’è chi resiste contro la guerra, per combattere l’unica guerra giusta: quella contro la miseria e lo sfruttamento.

Piattaforma Sociale Eurostop
Info: www.eurostop.info

Il video della manifestazione:

http://contropiano.org/video/item/34766-milano-contro-la-guerra-il-video




No euro, No UE, No NATO

PIATTAFORMA SOCIALE PER IL LAVORO, LA DEMOCRAZIA E LA PACE

10501743_647692265333711_1436382210856343894_nOggi tutti i governi europei, nessuno escluso, praticano le politiche di austerità, di attacco ai diritti sociali e del lavoro, di criminalizzazione dei poveri nativi e migranti, di restrizione della democrazia.

La breve stagione di eresia della Grecia si è per ora conclusa con la resa di quel governo alla Troika e con l’accettazione di un memorandum che sottomette il paese ad essa.

Non c’è nessun segnale oggi in Europa che faccia pensare ad una revisione o anche solo ad un allentamento della stretta delle politiche di austerità. Anzi i piccoli rimbalzi produttivi dopo anni di recessione vengono utilizzati dal potere economico e politico nella UE per sostenere la necessità di affrettare le riforme. Così la disoccupazione di massa si consolida e accanto ad essa dilagano la precarietà ed il super sfruttamento del lavoro, le privatizzazioni e il dominio del mercato sui diritti e sulle vite.

Le riforme altro non sono che l’adeguamento dei sistemi sociali e costituzionali dei singoli paesi della UE alle esigenze di profitto delle grande imprese multinazionali e della finanza. Tutti i Trattati UE formalizzano la costituzione autoritaria del liberismo selvaggio, da imporre in ogni paese.

La corruzione sempre più diffusa in tutto il continente a tutti i livelli del potere, viene usata dalle stesse classi dirigenti che la praticano per esaltare la necessità delle riforme liberiste e autoritarie. I Mass media sono tutti diventati megafoni chiassosi della messa sotto accusa dei diritti sociali e del lavoro, che vengono accusati di essere la causa della crescita del debito pubblico.

In Italia la controriforma costituzionale, attuata con l’obbligo del pareggio di bilancio e con il pacchetto di riforme del governo Renzi, realizza il dettato dei trattati UE e le indicazioni politiche della Troika .

Oggi il sistema di potere che sta portando la condizione europea indietro di un secolo, cancellando i risultati politici, sociali e morali della sconfitta del fascismo, questo sistema di potere in mano alla finanza e al capitalismo multinazionale si chiama Unione Europea. E il suo primo strumento di potere e ricatto verso i popoli, in particolare quelli più colpiti dalla crisi, è l’Euro.

L’Unione Europea di oggi non ha nulla a che vedere con gli ideali democratici degli europeisti antifascisti. Essa è una costruzione autoritaria dominata dalla grande finanza e dalle multinazionali, alle quali vuole lasciare assoluta libertà d’azione con il TTIP che si vuole firmare con gli USA. La UE oggi non incarna nessun ideale o politica di pace, anzi sempre più si identifica con il militarismo aggressivo e distruttivo della NATO, in Ucraina, come in Libia, come nel Medio Oriente.

I grandi sindacati, le forze socialdemocratiche, i movimenti sociali e politici nelle loro maggioranze oggi rifiutano di prendere atto di questa realtà, cioè che la UE e i suoi governi sono l’avversario.

Così in Europa si è costruito un sistema di potere che ha messo assieme il capitalismo multinazionale e le grandi borghesie dei paesi europei, le sinistre convertite al liberismo ed i gruppi dirigenti dei sindacati complici, tecnocrazie, cultura e informazione di regime. Le destre neofasciste e xenofobe non sono un’alternativa a questo sistema di potere, ma ne sono solo una versione più aggressiva e feroce, quando non vengono semplicemente utilizzate per rafforzarlo.

Il sistema di potere europeo non è riformabile, può solo evolvere ulteriormente in senso autoritario e socialmente iniquo. Le politiche di austerità non sono separabili dalla moneta unica che le impone e sostiene. Non è vero che questa Europa sia un mercato senza politica, al contrario essa è un mostruoso sistema politico che impone passo dopo passo il privilegio assoluto del mercato rispetto ai diritti delle persone. Questo sostiene anche l’appello alle sinistre italiane di Oskar Lafontaine.

Le persone e le organizzazioni che si riconoscono in questi giudizi ritengono che per troppo tempo i diritti sociali e le conquiste democratiche del popolo italiano siano state sottoposte al ricatto del vincolo europeo e che sia giunto il momento di squarciare il velo ipocrita che dietro la fraseologia europeista nasconde gli interessi dei ricchi, delle banche, del capitalismo multinazionale.

Crediamo che tutte la classi sociali subalterne d’Europa abbiano interesse a liberarsi della gabbia liberista della Unione Europea. Per questo ci sentiamo uniti e vogliamo allearci in un fronte comune con tutte le forze democratiche e progressiste che in Europa stanno maturando una critica radicale a Euro e UE. Non intendiamo però aspettare una magica ora X, nella quale tutti i popoli si liberino assieme. Vogliamo cominciare qui e ora, anche perché oggi l’Italia è il paese più alla retroguardia nel confronto con i vincoli e con l’austerità europea.

I decenni berlusconiani e poi l’affermarsi del sistema di potere PD hanno allontanato l’italia dai grandi conflitti europei e così da noi c’è stato il più pesante e meno contrastato arretramento nelle condizioni sociali e di democrazia

Proponiamo quindi la costruzione di una piattaforma sociale No Euro No Ue No Nato che abbia lo scopo di proporre una via alternativa alle politiche di austerità, autoritarismo, guerre e che dia forza nel respingere il ricatto economico, politico, psicologico esercitato dal potere finanziario attraverso la UE e l’Euro. Una piattaforma che serva come obiettivo politico generale, ma che sia anche strumento e riferimento delle lotte quotidiane. Una piattaforma che serva ai movimenti, ai sindacati, alle organizzazioni politiche, nelle lotte del lavoro, in quelle sociali e per l’ambiente . Una piattaforma non tanto comune, ma IN comune tra forze che lottano e mantengono la loro identità in pratiche di campi diversi.

La piattaforma sociale si articola e distribuisce in quattro capitoli principali:

1) Rottura della e con la UE e l’Euro, partendo dalla disdetta dei Trattati, condizione per politiche di eguaglianza sociale e di diverso sviluppo. Riconquista della sovranità democratica dei popoli sulle scelte economiche partire dalla moneta. Nazionalizzazione delle grandi banche a partire dalla Banca Centrale, che deve essere dipendente diretta del potere del governo democratico. Questo per poter finanziare direttamente la spesa pubblica senza ricorrere al mercato finanziario. Revisione del debito pubblico accumulato. Pubblicizzazione dei grandi impianti strategici, delle reti, e dei beni comuni. Controllo dei capitali e lotta all’evasione fiscale a partire dalle grandi ricchezze. Rottura dei patti di stabilità e restituzione ai comuni e agli enti locali dei loro poteri democratici.

2) Priorità assoluta all’abbattimento della disoccupazione di massa e alla lotta alla povertà. Programmi di investimenti pubblici in alternativa alle grandi opere. Immediata cancellazione del programma Tav a partire dalla Vallesusa. Riduzione generalizzata dell’orario di lavoro sostenuta da finanziamento pubblico. Reddito ai disoccupati. Ripubblicizzazione del lavoro nei servizi pubblici col superamento della catena degli appalti. Casa scuola lavoro per tutti, regolarizzazione dei migranti, cancellazione delle leggi che precarizzano il lavoro a partire dal Jobsact.

3) Riconquista di un piena democrazia partecipata, affermando e sviluppando i principi della Costituzione Repubblicana del 1948, oggi cancellati dalle controriforme, da quella dell’articolo 81 a quelle del governo attuale. Oggi la Costituzione Repubblicana è stata soppressa in favore di un sistema autoritario e liberista, per questo parteciperemo alla campagna per votare No al prossimo referendum sulle riforme. Priorità alla lotta al sistema della corruzione politica ed economica e alle mafie. Riconquista della democrazia e delle libertà sindacali oggi messe in discussioni da accordi come quelli in Fiat o quello del 10 gennaio 2014. Difesa del diritto di sciopero e di quello a lottare e a manifestare per i diritti e per l’ambiente

4) Rifiuto di ogni politica e di ogni azione di guerra e sostegno alla modifica degli equilibri internazionali a favore di paesi a emergenti . In questo contesto è necessario un nuovo quadro politico ed economico in Europa che operi per l’unità tra tutte le sponde del Mediterraneo, unica alternativa alle guerre e alle migrazioni di massa. Priorità al sostegno alla liberazione del popolo palestinese dal dominio coloniale di Israele . Una politica di disarmo che parta dalla rottura della e con la NATO, dalla fine di ogni sostegno alla guerra in Ucraina, dal ritiro delle missioni militari in Afghanistan e nel Medio Oriente. Fine delle sanzioni alla Russia e delle guerre economiche, per nuovi equilibri tra Occidente, Brics, paesi in via di sviluppo. Per affermare ovunque i diritti dei popoli contro ogni sfruttamento imperialista e neo coloniale.

Questa proposta è la base di discussione per convocare un’assemblea pubblica per avviare la costruzione e lo sviluppo della piattaforma sociale in comune e delle necessarie mobilitazioni per sostenerla. In questo senso si propone anche la costituzione nell’assemblea di quattro gruppi di lavoro per sviluppare ed approfondire i punti di programma proposti.

L’assemblea è aperta a persone e organizzazioni antifasciste, anticapitaliste, antagoniste che, pur con diverse posizioni sui diversi punti qui proposti, condividano il giudizio di fondo di irriformabilità della Unione Europea e che vogliano costruire un’alternativa democratica e progressista ad essa.

Roma, 21 novembre, dalle 10.00 alle 17.00

ASSEMBLEA NAZIONALE

Roma – Centro Sociale Intifada Via Casalbruciato 15 (ore 10-17)

Per informazioni eurostop.it@gmail.com)

PRIMI FIRMATARI:

Campagna Eurostop, Giorgio Cremaschi – Forum Diritti Lavoro, Ugo Boghetta Direzione PRC, Nicoletta Dosio – No Tav Valle Susa, Ernesto Screpanti – Università di Siena, Franco Russo Ross@, Luciano Vasapollo – Università La Sapienza, Simone Gimona – segretario PRC Bologna e coord. naz G. C., Dafne Anastasi – Direttivo Regionale FP-Cgil Lombardia, Giuseppe Aragno – Storico, Emilia Piccolo – Comitato 3 Ottobre Milano, Fabrizio Tomaselli esecutivo nazionale USB, Valerio Tradardi – SPI, Direttivo Camera del Lavoro Milano, Maria Pia Zanni direttivo nazionel Fp-Cgil, Antonella Stirati Università Roma 3, Nico Vox – Direttivo Nazionale FP-Cgil, Angelo Baracca – Fisico, Dario Filippini – direttivo nazionale SPI Cgil, Francesco Piobbichi – direzione nazionale PRC, Bruno Steri – Direzione Nazionale PRC, Luca Cangemi – Direzione Nazionale PRC, Nicola Vetrano – Giuristi Democratici, Andrea Genovese Università di Sheffield (GB), Francesco Caruso Università di Catanzaro, Pietro Rinaldi Consigliere Comunale Napoli, Valerio Evangelisti scrittore, Roberto Sassi saggista, Ezio Gallori attivista sindacale dei pensionati, Gianni Vattimo filosofo, Carlo Formenti giornalista.

Unione Sindacale di Base, Centro Sociale 28 Maggio Brescia, Campagna Noi Restiamo, Ross@, Comitato Difesa Sociale – Cesena, Coordinamento Sinistra contro l’ Euro, Associazione per la ricostruzione del Partito Comunista, Collettivo Putilov Firenze, Noi Saremo Tutto, Fronte Popolare, Movimento popolare di liberazione, Contropiano, Partito Comunista d’Italia – Federazioni di Roma, Frosinone, Veneto, Rete dei Comunisti….




Un’alternativa a euro, Unione Europea, Nato. Possiamo provarci!

9/11/2015

Assemblea nazionale sabato 21 novembre a Roma per dire No a euro, Unione Europea e Nato, per discutere e dare seguito alla PIATTAFORMA SOCIALE PER IL LAVORO, LA DEMOCRAZIA E LA PACE

Oggi tutti i governi europei, nessuno escluso, praticano le politiche di austerità , di attacco ai diritti sociali e del lavoro, di criminalizzazione dei poveri nativi e migranti,  di restrizione della democrazia.

La breve stagione di eresia della Grecia si è per ora conclusa con la resa di quel governo alla Troika e con l’accettazione di un memorandum che sottomette il paese ad essa.

Non c’è nessun segnale oggi in Europa che faccia pensare ad una revisione o anche solo ad un allentamento della stretta delle politiche di austerità. Anzi i piccoli rimbalzi produttivi dopo anni  di recessione vengono utilizzati dal potere economico e politico nella UE per sostenere la necessità  di affrettare le riforme. Così la disoccupazione di massa si consolida e accanto ad essa dilagano la precarietà  ed il super sfruttamento del lavoro, le privatizzazioni e il dominio del mercato sui diritti e sulle vite.

Le riforme altro non sono che l’adeguamento dei sistemi sociali e costituzionali dei singoli paesi della UE alle esigenze di profitto delle grande imprese multinazionali e della finanza. Tutti i Trattati UE formalizzano la costituzione autoritaria del liberismo selvaggio, da imporre in ogni paese.

La corruzione sempre più diffusa in tutto il continente a tutti i livelli del potere, viene usata dalle stesse classi dirigenti che la praticano per esaltare la necessità  delle riforme liberiste e autoritarie. I Mass media sono tutti diventati megafoni chiassosi della messa sotto accusa dei diritti sociali e del lavoro, che vengono accusati di essere la causa della crescita del debito pubblico.

In Italia la controriforma costituzionale, attuata con l’obbligo del pareggio di bilancio e con il pacchetto di riforme del governo Renzi, realizza il dettato dei trattati UE e le indicazioni politiche della Troika.

Oggi il sistema di potere che sta portando la condizione europea indietro di un secolo, cancellando i risultati politici, sociali e morali della sconfitta del fascismo, questo sistema di potere in mano alla finanza e al capitalismo multinazionale si chiama Unione Europea. E il suo primo strumento di potere e ricatto verso i popoli, in particolare quelli più colpiti dalla crisi, è l’Euro

L’Unione Europea di oggi non ha nulla a che vedere con gli ideali democratici degli europeisti antifascisti. Essa è una costruzione autoritaria dominata dalla grande finanza e dalle multinazionali, alle quali vuole lasciare assoluta libertà d’azione con il TTIP che si vuole firmare con gli USA. La UE oggi non incarna nessun ideale o politica di pace, anzi sempre più si identifica con il militarismo aggressivo e distruttivo della NATO, in Ucraina, come in Libia, come nel Medio Oriente.

I grandi sindacati, le forze socialdemocratiche, i movimenti sociali e politici nelle loro maggioranze oggi rifiutano di prendere atto di questa realtà, cioè che la UE e i suoi governi sono l’avversario.

Così in Europa si è costruito un sistema di potere che ha messo assieme il capitalismo multinazionale e le grandi borghesie dei paesi europei, le sinistre convertite al liberismo ed i gruppi dirigenti dei sindacati complici, tecnocrazie, cultura e informazione di regime. Le destre neofasciste e xenofobe non sono un’alternativa a questo sistema di potere, ma ne sono solo una versione più  aggressiva e feroce, quando non vengono semplicemente utilizzate per rafforzarlo.

Il sistema di potere europeo non è riformabile, può solo evolvere ulteriormente in senso autoritario e socialmente iniquo. Le politiche di austerità  non sono separabili dalla moneta unica che le impone e sostiene. Non è vero che questa Europa sia un mercato senza politica, al contrario essa è un mostruoso sistema politico che impone passo dopo passo il privilegio assoluto del mercato rispetto ai diritti delle persone. Questo sostiene anche l’appello alle sinistre italiane di Oskar Lafontaine.

Le persone e le organizzazioni che si riconoscono in questi giudizi ritengono che per troppo tempo i diritti sociali e le conquiste democratiche del popolo italiano siano state sottoposte al ricatto del vincolo europeo e che sia giunto il momento di squarciare il velo ipocrita che dietro la fraseologia europeista nasconde gli interessi dei ricchi, delle banche, del capitalismo multinazionale.

Crediamo che tutte la classi sociali subalterne d’Europa abbiano interesse a liberarsi della gabbia liberista della Unione Europea. Per questo ci sentiamo uniti e vogliamo allearci in un fronte comune con tutte le forze democratiche e progressiste che in Europa stanno maturando una critica radicale a Euro e UE. Non intendiamo però aspettare una magica ora X, nella quale tutti i popoli si liberino assieme. Vogliamo cominciare qui e ora, anche perchè oggi l’Italia è il paese più  alla retroguardia nel confronto con i vincoli e con l’austerità europea.

I decenni berlusconiani e poi l’affermarsi del sistema di potere PD hanno allontanato l’italia dai grandi conflitti europei e così da noi c’è stato il più pesante e meno contrastato arretramento nelle condizioni sociali e di democrazia.

Proponiamo quindi la costruzione di una piattaforma sociale No Euro No Ue No Nato che abbia lo scopo di proporre una via alternativa alle politiche di austerità, autoritarismo, guerre e che dia forza nel respingere il ricatto economico, politico, psicologico esercitato dal potere finanziario attraverso la UE e l’Euro. Una piattaforma che serva come obiettivo politico generale, ma che sia anche strumento e riferimento delle lotte quotidiane. Una piattaforma che serva ai movimenti, ai sindacati, alle organizzazioni politiche, nelle lotte del lavoro, in quelle sociali e per l’ambiente. Una piattaforma non tanto  comune, ma IN comune tra forze che lottano e mantengono la loro identità  in pratiche di campi diversi.

La piattaforma sociale si articola e distribuisce in quattro capitoli principali:

1) Rottura della e con la UE e l’Euro, partendo dalla disdetta dei Trattati, condizione per politiche di eguaglianza sociale e di diverso sviluppo. Riconquista della sovranità  democratica dei popoli sulle scelte economiche partire dalla moneta. Nazionalizzazione delle grandi banche a partire dalla Banca Centrale, che deve essere dipendente diretta del potere del governo democratico. Questo per poter finanziare direttamente la spesa pubblica senza ricorrere al mercato finanziario. Revisione del debito pubblico accumulato. Pubblicizzazione dei grandi impianti strategici, delle reti, e dei beni comuni. Controllo dei capitali e lotta all’evasione fiscale a partire dalle grandi ricchezze. Rottura dei patti di stabilità e restituzione ai comuni e agli enti locali dei loro poteri democratici.

2) Priorità assoluta all’abbattimento della disoccupazione di massa e alla lotta alla povertà. Programmi di investimenti pubblici in alternativa alle grandi opere. Immediata cancellazione del programma Tav a partire dalla  Vallesusa. Riduzione generalizzata dell’orario di lavoro sostenuta da finanziamento pubblico. Reddito ai disoccupati. Ripubblicizzazione del lavoro nei servizi pubblici col superamento della catena degli appalti. Casa scuola lavoro per tutti, regolarizzazione dei migranti, cancellazione delle leggi che precarizzano il lavoro a partire dal Jobs Act.

3) Riconquista di un piena democrazia partecipata, affermando e sviluppando i principi della Costituzione Repubblicana del 1948, oggi cancellati dalle controriforme, da quella dell’articolo 81 a quelle del governo attuale. Oggi la Costituzione Repubblicana è stata soppressa in favore di un sistema autoritario e liberista, per questo parteciperemo alla campagna per votare No al prossimo referendum sulle riforme. Priorità alla lotta al sistema della corruzione politica ed economica e alle mafie. Riconquista della democrazia e delle libertà sindacali oggi messe in discussioni da accordi come quelli in Fiat o quello del 10 gennaio 2014. Difesa del diritto di sciopero e di quello a lottare e a manifestare per i diritti e per l’ambiente

4) Rifiuto di ogni politica e di ogni azione di guerra e sostegno alla modifica degli equilibri internazionali a favore di paesi a emergenti . In questo contesto è necessario un nuovo quadro politico ed economico in Europa che operi per l’unità tra tutte le sponde del Mediterraneo, unica alternativa alle guerre e alle migrazioni di massa. Priorità al sostegno alla liberazione del popolo palestinese dal dominio coloniale di Israele . Una politica di disarmo che parta dalla rottura della e con la NATO, dalla fine di ogni sostegno alla guerra in Ucraina, dal ritiro delle missioni militari in Afghanistan e nel Medio Oriente. Fine delle sanzioni alla Russia e delle guerre economiche, per nuovi equilibri tra Occidente, Brics, paesi in via di sviluppo. Per affermare ovunque i diritti dei popoli contro ogni sfruttamento imperialista e neo coloniale.

Questa proposta è la base di discussione per convocare un’assemblea pubblica per avviare la costruzione e lo sviluppo della piattaforma sociale in comune e delle necessarie mobilitazioni per sostenerla. In questo senso si propone anche la costituzione nellìassemblea di quattro gruppi di lavoro per sviluppare ed approfondire i punti di programma proposti.

L’assemblea è aperta a persone e organizzazioni antifasciste, anticapitaliste, antagoniste che, pur con diverse posizioni sui diversi punti qui proposti, condividano il giudizio di fondo di irriformabilità della Unione Europea e che vogliano costruire un’alternativa democratica e progressista ad essa.

L’appuntamento è a Roma, sabato 21 novembre, dalle 10.00 alle 17.00 per una ASSEMBLEA NAZIONALE presso il Centro Sociale Intifada Via Casalbruciato 15 (zona Tiburtina)

Per informazioni eurostop.it@gmail.com




Pistole alla mano a Pisa. Interrogazione parlamentare e interrogativi seri

 Le scene dell’irruzione poliziesca a Pisa, in un immobile dismesso dall’università locale, hanno fatto giustamente il giro d’Italia e non solo. Quei poliziotti con la pistola in mano, come e peggio di un Buonanno qualsiasi – perché sicuramente con il colpo in canna – sono diventati l’immagine di un potere ottuso e dunque violento, incapace di misurare la proporzione tra problema concreto e soluzione.

Non ci soffermeremo più di tanto sull’interrogazione parlamentare di Sel, comunque un segno di resipiscenza nel fluire quotidiano del tran tran politicante. Quell’interrogazione è infatti inevitabilmente – per ovvie ragioni istituzionali – rivolta al ministro Alfano, che di tutto può essere accusato tranne che di fare il ministro dell’interno. Basterebbe la sua insistenza sull’innalzamento del contante a 3.000 euro per iscriverlo in tutt’altra funzione…

La risposta di Alfano si modellerà sulla relazione delle forze dell’ordine locali, ovvero del dirigente dell’ufficio che ha deciso e guidato l’irruzione armi in pugno. Quindi vi invitiamo a riflettere un attimo su quel che vanno riportando le agenzie di stampa: “secondo quanto hanno fatto sapere le forze dell’ordine, è stata un’operazione di polizia giudiziaria per “stroncare un’attività di furto”. L’intervento massiccio è stato necessario, precisano ancora, visto l’alto numero di persone presenti. Gli studenti, si rileva, avrebbero prelevato libri di proprietà dell’ateneo stoccati nei locali”.

Sappiamo bene che nel modo drogato di inizio 2.000 i fatti non contano più nulla, l’unico problema è “come la racconti”. Dal primo ministro all’ultimo amministratore di condominio, ma anche nelle relazioni quotidiane interpersonali, la “narrazione” ha sostituito la realtà. Per cui si discute di quel che uno dice, non di quello che fa.

Però questa stronzata mostruosa dell’intervento per “stroncare un’attività di furto” supera ogni immaginazione perversa. Gli studenti avevano denunciato loro stessi la presenza nei locali di “libri abbandonati all’incuria, anche nuovi”, accusando dunque l’università di sprecare per incuria o malagestione risorse importanti (certo, se si ritengono importanti i libri…). E avevano altrettanto annunciato che se ne sarebbero andati in giornata. Dunque, l’irruzione sarebbe stata ingiustificata anche se condotta in modo molto più “pacifico”. Ci chiediamo: ma la polizia si presenta armi in pugno davanti a chiunque denuncia un problema? Se sì, si capisce come “la gente” preferisca chiudere gli occhi e farsi i fatti propri…

Ma se così fosse, quel comportamento poliziesco andrebbe definito addirittura criminogeno, ossia indirettamente invitante all’omertà sociale.

Scherziamo naturalmente. Quei poliziotti erano della Digos, la “polizia politica”,  e non vengono “scomodati” per un volgare furto. La verità è molto più semplice e evidente agli occhi di tutti. Persino davanti alla prova documentale di un comportamento abnorme e pericolosissimo, la polizia non fa marcia indietro e rivendica il suo diritto a fare come le pare. Anche a costo di mentire fino e oltre il ridicolo.

 p.s. Le cronache degli ultimi mesi riferiscono di un poliziotto della Digos pisana – il gruppo che ha condotto l’irruzione pistolera – arrestato perché si era scelto un secondo lavoro da rapinatore. A forza di sventolare la pistola sotto il naso delle gente, probabilmente, ci prendi il vizio e alla fine ti esce la frase da film…




Renzi ha paura e finge di “ribellarsi” all’Unione Europea

Le amministrative di primavera (Milano, Roma, Napoli, Torino, Bologna, ecc) devono fare davvero paura a un Pd in drammatico calo di consensi. Il 41% delle europee è ormai sepolto da qausi due anni di massacro sociale e riforme reazionarie, al punto che anche i sostenitori dela prima ora – tipo Repubblica ­ sono ormai costretti a stigmatizzare questa o quella sortita di Renzi. Così, giusto per non far crollare le vendite al seguito del premier più falso della storia, al pari e oltre di Berlusconi.Ma quello che sta avvenendo in queste ore supera anche la fantasia più sbrigiata. Ricorderete che l’ex ministro delle finanze greco, Yanis Varoufakis, descrisse il ruolo del premier italiano nella notte del tracollo di Tsipras, durante il waterboarding impostogli dai primi ministri della Ue, come quello del poliziotto buono che si alternava ai cattivissimi Merkel-Schaeuble al capezzale del torturato.Bene. Quel torturatore in guanti bianchi si atteggia ora a tardivo Masaniello. La legge di stabilità approvata col solito voto di fiducia e inviata alla Commissione Europea non rispetta granché i limiti che avrebbe dovuto rispettare secondo i criteri del Fiscal Compact. E qualche rischio di rinvio a Palazzo Chigi, con tanto di indicazione dei capitoli da correggere, esiste. Non sarebbe una gran figura, sul piano politico, dopo aver raccontato a mezzo mondo che “ora l’Italia conta di più in Europa”, grazie Lui, naturalmente.E così si è calato, forse con un po’ di azzrdo eccessivo, nei panni dello scolaro ribelle. Che non sono esattamente i suoi (gli ex boyscout non brillano, in questo senso). E sparando castronerie che potrebbero costargli care in una riunione di primi ministri. Tipo: “Bruxelles non ha alcun titolo per intervenire nel merito delle misure della legge di stabilità: non è il nostro maestro. Gli diamo 9 miliardi netti ogni anno e non è che ci deve dire qual è la tassa giusta da tagliare. Se Bruxelles dice no alla finanziaria, la ripresenti uguale e dici ‘peccato sì…’. La subalternità italiana in questi anni è stata particolarmente sviluppata nei confronti dei burocrati di Bruxelles”.Vorrebbe far intendere che con Lui ora basta, perché al contrario dei predecessori Lui è capace di battere i pugni sul tavolo e pretendere più considerazione per questo paese.I rapporti tra i paesi, in materia di legge di stabilità, quindi di bilancio pubblico, sono ormaidefinitivamente regolati da alcuni trattati: Fiscal Compact, Six Pack e Two Pack. In base a questi trattati c’è una serie di scadenze precise, nel corso dell’anno, in cui il percorso della manovra di bilancio dell’anno successivo viene sottoposta passo dopo passo al giudizio della Commissione.Questo vuol dire che la legge di stabilità inviata dal governo italiano a Bruzelles due giorni fa è figlia dei passaggi precedente – tutti già approvati e concordati – con qualche dettaglio in più che in effetti potrebbe anche esser giudicato male dal “maestro”. C’è una fortissima “base legale” comunitaria che consente alle istituzioni sovranazionali di entrare nel merito delle olitiche di bilancio e fiscali dei singoli paesi. Ribellarsi vuol dire mettersi sul pericoloso sentiero del governo Syriza 1.0, per poi ritrovarsi davanti all’alternativa o te ne vai o ti arrendi. Un incubo per i ribelli meglio intenzionati, figuriamoci per il “poliziotto buono”…Dall’altra parte, lo stesso Renzi assicura di avere già in tasca l’accordo politico cone Angela Merkel e Jean-Claude Juncker. Soprattutto la prima è la vera garanzia di un’approvazione senza grandi correzioni, che potrebbe apparire facilmente umilianti. E da Bruxelles diversi funzionari hanno già fatto capire che la manovra italiana è stata così tanto concordata che ben difficilmente ci saranno richieste di correzione di un qualche rilievo. L’unico punto davvero incerto è quello scostamento dello 0,2% di deficit rispetto al Pil – valore: 3 miliardi – con cui il premier vorrebbe finanziare la riduzione dell’Ires alle imprese. Lo considera uno “sconto profughi”per i paesi in prima linea sul fronte dell’immigrazione da Sud, vagamento accennato nelle discussioni brussellesi nei giorni più caldi dei muri innalzati in Ungheria; ma non più ripreso nelle trattative vere e proprie.Anche la detassazione della casa fa storcere il naso ai funzionari europei (si pagano in tutta Europa, cosa c’è di strano?), che avrebbero preferito una maggiore tassazione del lavoro (gentili e non classisti, vero?). Ma alla fin fine non si metteranno di traverso, purché il gettito sia quello giusto. Quindi Renzi non rischia molto.Ma se è vero – ed è vero – che hai l’accordo con la Ue in tasca, perché fai la parte del ribelle urlatore?Qui ci si deve per forza spostare dai problemi economici, quantificabili con una certa precisione, ai problemi di consenso politico, aleatorio per natura e misurat con un metro arbitrario – quindi poco affidabile – come i sondaggi.È da questo fronte che arrivano le vere nubi nere per Renzi e il suo Pd. Più per il secondo che per la sua persona, a voler esser precisi. Perché la sua sovraesposizione mediatica e l’abilità guittesca gli consentono di mantenere una “fiducia” personale ancora rilevante, pur se ridotta dal 60 al 44% in appena un anno. Ma le vicende delle varie città, con sindaci quasi tutti del Pd, ma resi impotenti e dipendenti dal centro grazie al “patto di stabilità” che taglia loro le risorse, fanno crollare i consensi al partito. Al punto che c’è difficltà persino nel trovare candidati al ruolo. Il trattamento riservato a Ignazio Marino, in questo senso, fa senso. A tutti, e soprattutto a quella parte dell’elettorato Pd che “viene da lontano” ma vede che non si va più da nessuna parte.Nenche Ilvo Diamanti, che certo non può essr considerato un antirenziano, riesce più a mascherare il tracollo sotto definizioni “addolcite”, tipo “Renzi mantiene il consenso” mentre certifica una perdita di ben 16 punti percentuali. Il Pd, invece, scende pericolosamente verso la soglia-rischio del 30% (oggi viene dato poco sopra il 31), mentre il Movimento 5 Stelle si avvicina altrettanto pericolosamente a quella soglia (27,2).In assenza di movimenti popolari veri, ci si accontenta dell’indignazione generica. Che in questi mesi si è spostata dalla “casta” alla ben più premente Unione Europea. Per il premier-senza-più-un-partito è comunque un segnale di tempesta. Dunque, si deve fare la parte del populista tardivo e non credibile, mostrarsi furente e indipendente rispetto a “burocrati di Bruxelles” (che l’hanno invece adottato e nutrito), per cercare di limitare l’erosione di voti potenziali. Tutto qui.




Bombardare per esistere

7/10/2015

La notizia, esplosa per una indiscrezione pubblicata con rilievo dal Corsera, è entrata di prepotenza nell’agenda politica italiana ed internazionale. Mettere a fuoco lo scenario che si va aprendo diventa a questo punto più urgente che mai. E allora prima i fatti, come si dice, e poi le opinioni.

Alla vigilia dell’arrivo in Italia del segretario alla Difesa Usa Ash Carter, per incontri con il suo omologo la ministra Pinotti e con il Presidente della Repubblica Mattarella, il Corriere della Sera lascia trapelare che a margine dell’assemblea plenaria delle Nazioni Unite, Renzi non era rimasto insensibile alla richiesta del presidente Usa di partecipare attivamente ai bombardamenti contro l’Isis. Il premer Matteo Renzi aveva assicurato a Obama un “sostegno risoluto sul fronte dell’azione antiterrorismo”. L’iniziativa russa, che sta bombardando sul serio i tagliagole dello Stato islamico e i loro fratelli/coltelli di altri gruppi jihadisti, ha messo decisamente il “pepe al culo” alle potenze della Nato, alla Turchia e all’Arabia Saudita.

Pare che il Pentagono non abbia gradito la fuga di notizie perchè teme che l’enfasi complichi la decisione operativa dell’Italia di far partecipare anche i suoi Tornado al consorzio dei bombardieri. Ma il governo italiano, pur mettendo le mani avanti affermando che la cosa va valutata “assieme agli alleati” e che un’eventuale decisione “dovrà passare dal Parlamento”, non disdegna affatto l’ipotesi di bombardare, anzi. Con una precisazione che pare formale – bombardiamo l’Isis solo in Iraq perchè lo ha chiesto il governo iracheno alla coalizione internazionale. Quindi i 4 Tornado italiani dislocati in Kuwait potrebbero alzarsi in volo e sganciare bombe solo sul territorio iracheno. Al momento gli aerei italiani hanno solo compiti di ricognizione ma il cambio delle regole di ingaggio e di funzione operativa sarebbe questione di minuti, poco più di un ora.

In realtà l’Italia è già abbastanza impegnata sul campo. L’Ansa ci ricorda che in Iraq l’Italia impiega 530 militari, 2 aerei senza pilota Predator e un velivolo da rifornimento in volo KC 767, oltre ai 4 Tornado. Ad Erbil (nel Kurdistan iracheno) e a Baghdad, inoltre, i militari italiani stanno addestrando le forze di sicurezza curde (peshmerga). Ora potrebbe esserci la richiesta di un salto di qualità: raid dei caccia italiani contro obiettivi mirati in modo da supportare in maniera più decisa la resistenza dei peshmerga.

Infine, è importante sottolineare, come il segretario alla Difesa Usa in visita in Italia, nel suo incontro con la Pinotti avvenuto significativamente nella base militare di Sigonella, abbia chiesto non solo la partecipazione attiva dell’Italia ai bombardamenti in Iraq e Siria ma anche di schiantare ogni ostacolo all’attivazione del Muos di Niscemi, l’impianto militare di comunicazioni satellitari statunitensi che vede la dura, diffusa e popolare opposizione della gente, dei comitati e di alcune amministrazioni locali siciliane.

Fin qui i fatti. Volendo e dovendo passare alle opinioni, è evidente come Renzi cominci a sentirsi nei panni di Camillo Benso conte di Cavour che inviò i bersaglieri nella guerra di Crimea contro la Russia per “potersi sedere al tavolo delle potenze”. Oggi come ieri, in questo caso gli Stati Uniti al posto della Francia, hanno bisogno di tutti i partner possibili per dimostrare che la loro coalizione esiste e che è composta da tanti paesi volenterosi di bombardare.

Uno statista del XXI Secolo, per esistere e manifestarsi come tale, deve infatti bombardare qualcuno o qualcosa. Il problema è sempre quello, maledetto, del rapporto tra costo e benefici. L’esperienza franco-italiana-britannica dell’aggressione alla Libia nel 2011 sta lì come uno spettro a ricordarlo. Ma anche l’esperienza statunitense in Afghanistan e Iraq si manifesta come un incubo ricorrente. C’è però una differenza. Come affermato dal maestro del cinismo Edward Luttwak, per gli Usa la guerra e l’instabilità permanente in Medio Oriente sono un buon affare, anche perchè non devono fare i conti con i milioni di profughi e rifugiati che cercano scampo e speranza in Europa. Oppure come sostiene Rosa Brooks, consigliera del Pentagono e della Casa Bianca, non è detto che oggi si debba combattere l’Isis, perchè magari tra qualche anno potrebbe essere una nuova realtà statale dell’area mediorientale con cui tenere buone e normali relazioni. Di fronte al cinico pragmatismo dei consiglieri Usa, gente con una peluria sul cuore da far spavento, “l’ammuina” di Renzi – disponibile a bombardare in Iraq ma non in Siria – appare quasi ridicola. Il problema è che il suo progetto politico e le sue ambizioni come esponente della classe dirigente prevede la tesi che per esistere e contare… devi andare a bombardare.




Eretici, scismatici o comunisti

30/9/2015

La morte di Pietro Ingrao ha giustamente colpito molti compagni, dando occasione a tutti di riesumare con nostalgia o spirito critico i bei tempi andati, quando i comunisti – anche in questo paese – erano tanti, vitali, “egemoni” ciò nonostante fieramente divisi e divisibili.

Di quel passato glorioso sono rimaste solo le divisioni, fino all’atomizzazione individuale e oltre. Quindi non nutriamo nostalgie. Neanche per Ingrao, tanto stimolamte sul piano intellettuale (al dà delle risposte che di volta in volta dava) quanto paralizzante sul piano politico operativo, specie nei confronti delle molte “aree” che nelle varie congiunture storiche si erano coagulate partendo dai suoi stimoli.

Nel suo ricordo del dirigente comunista, Giorgio Cremaschi giustamente evoca una definizione che in qualche modo riassume la sua figura: eretico non scismatico. Ovvero capace di critica sia alla linea dominante nel partito che alle stesse basi teoriche poste a giustificazione di quelle scelte, senza però mai – mai – mettere in moto una scissione. Neanche quando questa si era già verificata, come nell’ultimo caso conosciuto, che portò alla nascita di Rifondazione. Anche in quel caso, ci vollero due anni perché riuscisse ad accettare la realtà di fatto e quindi lasciare il Pds. Un po’ troppo per un leader che agisce nel politico, oltre che nella sfera delle idee.

In questo comportamento c’è molto della cultura, o del senso comune, del movimento comunista del secolo scorso. Si discute magari fino allo sfinimento e agli insulti reciproci, ma alla fine si accetta la posizione della maggioranza. Fosse soltanto questo, lo diciamo subito, staremmo parlando di un valore – lo spirito unitario, il senso di appartenenza a un’insieme collettivo – che condividiamo in pieno ancora oggi. È l’abc dell’essere comunista, rivoluzionario, attivista. Non ha senso, infatti, pensare al cambiamento sociale, dell’intero modo di produzione dominante, sul piano addirittura globale, senza al tempo stesso accettare la diversità di opinioni – inevitabilmente generata dal trovarsi ciascuno e tutti in situazioni differenti, per lingua, territorio, strato sociale, posizione lavorativa, livello reddituale, condizioni di vita, età, ecc – che corrispondono fisiologicamente a punti di osservazione differenti della medesima complessità.

Diversità e unità che si compongono e rigenerano nel conflitto sociale, nella ricerca delle soluzioni efficaci ai problemi posti dal conflitto, in un processo incessante di superamento delle vecchie forme nel mentre si mantiene costante l’obiettivo della trasformazione rivoluzionaria.

Ben poco a che vedere col panorama attuale della sinistra ex comunista, sia di derivazione Pci che extraparlamentare. Qui domina il principio di scissione, la ricerca della “composizione” è rifiutata in radice, almeno nelle pratiche dominanti. Come se realmente solo quell’intervento sociale che stai facendo in un certo momento avesse un senso trasformatore del mondo. Come se realmente ogni micro-aggregato potesse credere di essere lui – e soltanto lui – il nucleo fondamentale che “un giorno” guiderà il processo rivoluzionario globale. Roba da tso urgente…

Ma rotture e scissioni, nel movimento comunista internazionale, lungo i cento anni esatti che ci stanno alle spalle e che sono coincisi con la vita di Ingrao, ce ne sono state molte. Alcune evitabili, altre no. Quando la realtà chiede soluzioni concrete e “il partito” – a livello nazionale o internazionale – non riesce a dare risposte efficaci, non c’è spirito unitario che possa tenere insieme il corpo sociale, i militanti, i “corpi intermedi”. Si tratta insomma di processi storici che producono la risposta necessaria, anche se non sempre quella “giusta per noi”, e non possono essere evitati, o messi sotto il tappeto, dalla ricerca dell’unità a tutti i costi.

È la contraddizione reale che decide cos’è giusto fare e cosa no, non le intenzioni soggettive, per quanto ben motivate sul piano ideologico. In questa contraddizione, da sempre, agisce la politica comunista. Quella che ricerca l’unificazione delle forme conflittuali delle classi sfruttate per convogliarle – a tempo e modo, secondo una logica costruttiva di un nuovo ordine sociale – nella distruzione dell’ordine esistente.

Questo per dire che non c’è mai – mai – un comportamento giusto per tutte le occasioni. Così come non è mai – mai – possibile un vittoria duratura basata sull’improvvisazione.

La rinuncia programmatica all’unità, magari goffamente mascherata dall’esibizione di disponibilità unitaria purché avvenga sotto la propria egemonia, è rinuncia esplicita, controrivoluzionaria, alle prospettive di trasformazione sociale. Ed è la situazione che ci troviamo davanti ogni giorno, ad ogni assemblea, corteo, seminario, chiacchierata informale.

La rinuncia programmatica all’alternativa organizzata, idem. Nessuna organizzazione resta sempre uguale, ogni corpo sociale si modifica con l’andare del tempo, specie se l’obiettivo della trasformazione radicale non sembra mai avvicinarsi. La storia del Novecento ci ha mostrato innumerevoli volte l’emergere del tumore “riformista”, socialdemocratico o addiritura liberal-liberista, ai vertici degli ex partiti comunisti. Davanti a certe derive, la scissione e la nuova fondazione diventano semplicemente un obbligo politico.

Non ci sfugge, naturalmente, che le due derive si tengono e si giustificano reciprocamente (ai limiti estremi: individualismo e “voto utile”), eternizzando comportamenti che hanno senso solo a determinate condizioni. Eretici-unitari-sempre-e-comunque  e scismatici-a-prescindere sono due facce – sbagliate – della stessa medaglia.

È la dialettica materialistica, bellezza! Costringe tutti e sempre a fare scelte, senza preventiva certezza di averci azzeccato e di stare nel giusto.




Giorgio Cremaschi: “Perché lascio la Cgil”

15/9/2015