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nigeriana denunciata perché accusa un poliziotto di molestie sessuali PDF Stampa E-mail

CIE: marocchino tenta il suicidio a Ponte Galeria, a Milano nigeriana denunciata perché accusa un poliziotto di molestie sessuali     
Redazione Radio Città Aperta

Ancora un dramma nel Cie di Ponte Galeria. Secondo la versione ufficiale un 38enne di nazionalità marocchina, Boukili Whid, ha tentato il suicidio oggi in tarda mattinata lanciandosi dalla recinzione del centro di identificazione ed espulsione di Roma. A comunicarlo è stata la prefettura di Roma con una nota, in cui si specifica che Whid, “era destinatario di un decreto di espulsione del Prefetto di Roma in data 6/8/2007, cui non aveva ottemperato ed era accusato di vari reati” però non specificati. Le sue condizioni di salute sarebbero al vaglio, afferma il comunicato della Prefettura che in un primo tempo aveva lasciato intendere che l'immigrato fosse deceduto. Il 38enne maghrebino era quindi rinchiuso nel Cie dal 27 gennaio scorso ed era in attesa di essere espulso nel suo paese di origine. Secondo quanto afferma la Prefettura “l'uomo aveva recentemente dichiarato di voler compiere analoghi gesti, tanto che era stato inviato presso una struttura psichiatrica romana da cui era stato rilasciato senza particolari prescrizioni”. Nei mesi scorsi ci sono state diverse denunce da parte di consiglieri regionali ed esponenti politici che hanno visitato il campo sottolineando le condizioni di miseria e abbandono in cui sono rinchiusi centinaia di immigrati che nella maggior parte sono rinchiusi solo perché privi degli appositi documenti.

E nei giorni scorsi un altro CIE è stato al centro di polemiche e manifestazioni, quello di Via Corelli a Milano. «Stavo dormendo nella mia stanza quando l'ispettore Addesso è entrato, si è avvicinato al mio letto e si è letteralmente steso sopra di me. Mi toccava dappertutto, mi palpava. Ho cominciato ad urlare». Così cominciava il racconto di Joy, la ventottenne nigeriana che accusa di violenza sessuale un poliziotto del centro di identificazione ed espulsione di Milano. Tutto risale alla scorsa estate, pochi giorni prima della rivolta del 13 agosto, scatenata dai reclusi quando furono informati che per legge la permanenza nel centro si allungava da due a sei mesi. Dopo la rivolta Joy e altri tredici migranti sono stati arrestati e messi in carcere per incendio doloso, lesioni, danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale. Di quelle molestie pesanti Joy aveva parlato durante il processo per la sua presunta partecipazione alla rivolta di Via Corelli. «In stanza con me c'era Hellen, che ha visto tutto. Le mie urla hanno fatto accorrere il direttore del centro. Quando è arrivato ha chiesto al poliziotto: cosa stai facendo? E Addesso ha risposto: stavo solamente scherzando...». Un’altra reclusa, anche lei nigeriana, Hellen, ha confermato la versione dei fatti mentre invece il dirigente della Croce Rossa ha smentito tutto. E così Joy ed Hellen sono state addirittura controdenunciate per calunnia. Ma nei giorni scorsi gli avvocati di Joy hanno depositato alla Procura di Milano una denuncia per violenza sessuale a carico di Vittorio Addesso. E' la prima volta che una detenuta nei Cie osa rivolgere una simile accusa agli agenti a guardia dei centri di identificazione ed espulsione. Joy doveva uscire dal carcere di Como mercoledì mattina perché scadeva il termine della pena a sei mesi che gli era stata comminata in primo grado. Ma per evitare che la ragazza fosse presa in consegna dai comitati antirazzisti che stanno seguendo la sua vicenda la direzione del carcere l’ha fatta rilasciare alle due di notte. Una volante della Polizia l'ha condotta direttamente alla questura di Como dove ha ricevuto un provvedimento di espulsione, e poi è stata rinchiusa nel Cie di Modena dove dovrà ora affrontare l'udienza di convalida per l'allontanamento dall'Italia. Così come è accaduto a Joy, anche le altre quattro donne rinchiuse dopo la rivolta al Corelli sono state disperse in vari Cie: Hellen, la testimone della tentata violenza sessuale, e Florence sono state portate a Ponte Galeria; Debby a Torino; Priscilla nuovamente al Corelli. «Vogliono dividerle», commentano indignati gli antirazzisti milanesi, «e soprattutto vogliono dividere Joy da Hellen». Fortunatamente i legali hanno potuto incontrare Joy qualche ora prima della scarcerazione dopo lunghi giorni di attesa, in quanto secondo la direzione del pentitenziario di Como la ragazza, improvvisamente, aveva revocato l'incarico agli avvocati Losco e D'Alessio - che la seguono dalla scorsa estate - per nominare due avvocati d'ufficio a lei completamente sconosciuti. Il cambio di nomina, però, non appariva in nessun registro o cancelleria di tribunale. Losco e D'Alessio hanno chiesto chiarimenti ai dirigenti del carcere comasco. Giovedì, finalmente, era stato chiarito il cosiddetto ‘equivoco’: Joy non aveva mai revocato l'incarico, era stato semplicemente un ‘errore burocratico’. Così ha potuto incontrare l'avvocato Losco, che ha verbalizzato il racconto sulle presunte molestie da parte dell'ispettore Addesso e che chiederà per la donna un permesso di soggiorno per motivi di giustizia. Il problema, infatti, è che Joy potrebbe subire l'espulsione in qualsiasi momento, nonostante debba affrontare il processo d'appello per la rivolta di agosto, il processo per calunnia e l'eventuale processo per violenza sessuale. I comitati antirazzisti hanno già organizzato sit-in di protesta davanti ai Cie di Milano, Modena e Torino. L'eco della vicenda di Joy, che da Modena ha fatto sapere di stare bene, si è sparsa nei centri di identificazione ed espulsione e per questo alcuni migranti sono entrati in sciopero della fame a Milano, Torino e Ponte Galeria. “Vogliamo chiarezza e trasparenza sulla situazione delle cinque donne nigeriane incarcerate, così come delle altre migranti, invisibili e senza nome, detenute nei Cie italiani. Vogliamo che tutte abbiano un nome, vogliamo che siano rispettati i loro diritti, vogliamo che abbiano la possibilità di comunicare con l’esterno e di far sentire la propria voce. I Cie sono luoghi di violenza, e ne chiediamo la chiusura. Ma nel frattempo avvocate e associazioni di donne devono potervi entrare”. Lo chiedono le attiviste del collettivo femminista ‘maistatezitte’ di Milano che aggiungono: “Il silenzio che avvolge l’esistenza stessa dei Cie, luoghi di sospensione dei diritti, e l’indifferenza generalizzata verso la violenza razzista e sessista che in quei luoghi è di casa, ci interroga nel profondo come donne e come cittadine. (...) La violenza sui senza voce mostra il volto estremo di una devastante crisi di civiltà che ha mille facce, dalla precarizzazione della vita e del lavoro fino alla criminalizzazione dei migranti in nome di ipocrite politiche securitarie. E una volta di più sono corpi di donna al centro di questa spirale di violenza, nodo cruciale su cui nel privato, nel pubblico e nell’oscurità dei Cie si gioca la partita dei poteri vecchi e nuovi”