L' OPINIONE

L'opinione

Pisa, 5/06/2017

A pochi giorni dall’attentato di Manchester, di nuovo questa notte l’Inghilterra è stata colpita da un duplice attacco terroristico, in una spirale evidentemente alimentata dalle politiche di guerra occidentali e dell’Unione Europea, che da oltre 25 anni insanguinano i paesi a noi vicini geograficamente e storicamente, dalla ex Jugoslavia all’Iraq, dall’Afghanistan al Libano, dalla Palestina alla Libia, lo Yemen, la Siria….

Come uscire da questa spirale di morte? Non certo delegando i responsabili diretti della carneficina alla sua soluzione, costata ai paesi aggrediti milioni di morti, e che ora insanguina le nostre città.

Vi riproponiamo un editoriale uscito pochi giorni fa, utile a dare una risposta e ad indicare una possibile via di uscita da questo incubo senza fine.

Circolo agorà Pisa

Siamo noi a morire per le vostre guerre
di Dante Barontini

Vostre le guerre, nostri i morti. Ad ogni attentato dell’Isis o di qualche imitatore siamo costretti a ripetere questa semplice verità. Che rischia sempre di essere sommersa sotto il mare della melassa vittimista sparata dagli schermi e dalle prime pagine.

Non c’è alcuna commozione in chi freddamente prepara il menu strappalacrime da sottoporre al malcapitato telespettatore. Non c’è altro che pelosa ipocrisia nelle frasi di circostanza pronunciate da ministri, premier, presidenti. Sanno meglio di noi con cosa hanno a che fare, e sanno di essere tra i primi responsabili della metastasi stragista sparsa in tutto il mondo.

Fuori da ogni complottismo idiota, la galassia jihadista – Isis, Al Qaeda, Al Nusra, ecc – trova radici storiche nel fondamentalismo sunnita, coltivato e perpetuato dall’Arabia Saudita e le altre petromonarchie del Golfo. E’ stato foraggiato e incentivato da tutto l’Occidente, in primo luogo dagli Stati Uniti, come arma fondamentale contro l’Unione Sovietica che aveva sciaguratamente invaso l’Afghanistan. Osama Bin Laden è stato per anni il principe dei freedom fighters acclamati sui media del “mondo libero”, costruendo così un immaginario vincente per una filiera quasi seppellita dalla Storia.

Il jihadismo sunnita è però esploso come fenomeno massivo solo dopo la seconda invasione occidentale dell’Iraq, quella del 2003, che portò all’abbattimento del regime di Saddam Hussein. Un regime autoritario, certo, come tutti quelli della zona (tranne Iran e Libano). Ma soprattutto laico, per nulla affascinato dalle sirene fondamentaliste. Con demente determinazione gli Stati Uniti scelsero come nemici proprio i regimi laici del Medio Oriente, assecondando gli interessi delle dittature (vi piace di più il termine monarchie?) islamicamente “pie”. Dopo Saddam Hussein toccò alla Libia di Mu’ammar Gheddafi, quindi alla Siria di Assad. Tre paesi che sono diventati un braciere dove si consumano tragedie innominabili, verso cui è stato favorito un “turismo” di combattenti dalle metropoli dell’Occidente. Lo stesso era avvenuto nella ex Jugoslavia o in Cecenia. Combattenti che qualche volta tornano a casa furibondi, portandosi dietro un altro mondo, altri interessi, altre ragioni.

Gente che magari si è sentita strumentalizzata e tradita dell’Occidente – prima sostenuti e coccolati, poi bombardati – fermamente intenzionata a portare nelle nostre città l’inferno che “i nostri” governanti e bombardieri (non importa, soprattutto a loro, se siano americani, francesi, inglesi o russi) hanno portato nelle loro.

Spiegava un compagno turco che l’Isis e gli altri gruppi sono come un pitbull: addestrati a mordere gli altri, ma a volte colpiscono anche il padrone o quello che ha presunto di poterlo essere.
L’Isis è un vostro prodotto, una metastasi del tumore che voi “classe dirigente occidentale” avete fatto crescere altrove.
I ragazzi di Manchester sono invece i nostri figli, fratelli, sorelle. Siamo noi che giriamo per le nostre strade, cercando di sopravvivere all’impoverimento crescente che voi ci avete imposto, che ci intruppiamo in uno stadio o in una metropolitana o una via della movida per una serata diversa, per una pausa in una vita senza futuro migliore.

Voi avete iniziato questa guerra che ci uccide. Non ci sono paragoni possibili con la lotta armata metropolitana degli anni ‘70 in Europa o in America Latina, perché in quel caso i bersagli erano i responsabili di scelte precise e avversate; non gente che passava per caso.

Isis ed imitatori, invece, nemmeno vi cercano. Sono troppo deboli per farlo, si accontentano di uccidere noi, a mucchi, senza distinzioni. Sangue di popolo per sangue di popolo, in una logica arcaica e senza futuro.

Voi avete iniziato questa guerra che ci uccide. Non siete voi che potete farla finire. Non siete voi che potete vincerla. Non vi interessa, anzi vi torna persino utile. I popoli spaventati si affidano inermi alla bestia che finge di proteggerli.

Finché voi resterete ai vostri posti noi continueremo a morire, a piangere i nostri ragazzi, a chiederci stupidamente “perché ci odiano?”

http://contropiano.org/…/…/24/morire-le-vostre-guerre-092216

“ATTUARE LA COSTITUZIONE”

Intervento di Giorgio Cremaschi al Convegno di Eurostop a Napoli

14/05/2017

Per attuare la nostra Costituzione, come giustamente propone questa assemblea, bisogna rompere con euro UE e NATO che la stanno affossando.

Per quelle contraddizioni che ogni tanto colpiscono anche i palazzi del potere, per nostra fortuna, la BCE ha sbugiardato tutte le statistiche ufficiali ed i loro escamotage contabili per ridurre la disoccupazione, lo ha fatto partendo dall’andamento negativo dei salari, non in grado di garantire una vera ripresa.

La disoccupazione vera è il doppio di quella ufficiale, 6 milioni in Italia. E cresce ancora se aggiungiamo tutti coloro che lavorano da poveri, con salari sotto il livello di sussistenza e ancor più quello della dignità, in spregio agli articoli 3 e 36 della Costituzione. Cosa fanno i governi UE per combattere questa peste sociale? Le riforme liberiste, quelle di cui il ministro delle finanze Schauble euforico per la vittoria del suo Macron ha chiesto una seconda ondata, soprattutto per l’Italia. Queste riforme sono fondate su tre principi: i tagli alla spesa sociale, le privatizzazioni, la distruzione dei diritti del lavoro. Questa è la sostanza e i 6 milioni di disoccupati non sono un incidente ma un risultato voluto da queste politiche, che partono dal presupposto liberista che la piena occupazione non ci sarà fino a che il costo del lavoro non sarà abbassato ad un livello tale da rendere conveniente per ogni impresa assumere. E così stiamo marciando a tappe forzate versi una moderna schiavitù del lavoro, verso la distruzione di un secolo di conquiste sociali e di libertà.

La globalizzazione finanziaria è il colpevole di questa regressione, e i suoi strumenti in Europa sono l’euro e i trattati ultra liberisti che fondano l’Unione Europea e che definiscono le politiche economiche di tutti i governi, che hanno il compito di agire con le riforme per abbattere l’occupazione stabile ed i salari. A questo si aggiunge la tassa senza fondo delle spese militari e di guerra. Tutti i principi costituzionali sociali che abbiamo difeso e il cui valore ha contribuito alla vittoria del NO il 4 dicembre scorso, resteranno lettera morta se non si rompe con la globalizzazione, i suoi strumenti europei e le loro politiche di austerità e guerra. Il resto sono chiacchiere o imbrogli feroci, come la legge fornero e il jobsact, o fascismo legislativo del 21 secolo, come i decreti Minniti.

Non devo aggiungere altro qui a Napoli per dire cosa è la disoccupazione di massa, la vita senza speranza se non quella di emigrare o fare lavori da schiavo. Non c’è sufficiente rabbia per tutto questo, la bolla di fakenews nella quale viviamo ci sta abituando ad accettare questa infamia. Ma la Costituzione Repubblicana è prima di tutto piena e dignitosa occupazione senza questo presupposto è morta. Dunque abbiamo il coraggio della verità, bisogna rompere con le politiche economiche liberiste,con Euro UE e NATO, per aggredire la disoccupazione di massa con politiche pubbliche nazionalizzazioni, piano per il lavoro, diritti sociali e reddito, e per fare questo ci vuole uno stato democratico e in pace, che abbia il controllo della moneta e che usi i poteri delle istituzioni democratiche per controllare e guidare il mercato ( art 41 e 42). E dobbiamo eliminare il blocco di leggi liberiste e tiranniche e cancellare dalla Costituzione il nuovo barbaro articolo 81 che impone il pareggio di bilancio e l’accettazione del fiscal compact.

Chiamiamo le cose per come sono davvero, sono decenni che subiamo l’aggressione reazionaria del capitalismo liberista e del suo pensiero unico, la rottura con il suo sistema e i suoi strumenti di potere è la prima condizione per riprendere il cammino verso il progresso in Italia ed in Europa.

I governi europei approvano bombardamenti Usa. Eurostop: “uscire dai Trattati prima possibile”

Non c’erano dubbi che i governi europei si sarebbero schierati con l’amministrazione Trump (invece criticata e osteggiata su moltissimi capitoli e contenziosi aperti) sulla decisione Usa di bombardare la Siria, ancora prima che una seria inchiesta chiarisse la dinamica dei fatti e l’uso o meno di armi chimiche da parte delle forze armate siriane. Del resto questo è quanto prevede il Trattato internazionale sulle armi chimiche e l’eventuale risoluzione dell’Onu.

Eppure i governi europei, anche quelli che in passato si erano mostrati riluttanti di fronte a Colin Powell che mentiva all’Onu agitando una provetta per evocare le mai trovate armi chimiche irachene, questa volta hanno perseguito volentieri la strada dell’oltranzismo indicata da Washington.

Le dichiarazioni più paradossali appaiono quelle del Presidente del Consiglio italiano Gentiloni che da un lato parla di “azione proporziata”, dall’altra ritiene che l’escalation non avrà conseguenze. “Sono convinto che l’azione di questa notte non ostacoli ma acceleri la chance per il negoziato politico” ha affermato il premier Gentiloni a commento del bombardamento notturno dei missili statunitensi sulla Siria. “Con il presidente francese Hollande e la cancelliera Merkel abbiamo preso il comune impegno perché l’Europa contribuisca alla ripresa dei negoziati in Siria“.

Ma le dichiarazioni di Francia e Germania sul bombardamento statunitense di questa notte sulla Siria non sembrano proprio coincidere con il tono minimalista di Gentiloni. Su “Assad pesa l’intera responsabilità” scrivono infatti il presidente francese, Francois Hollande e la cancelliera tedesca, Angela Merkel, in una nota congiunta . “La Francia e la Germania – prosegue il comunicato dell’Eliseo – proseguiranno gli sforzi con i loro partner nel quadro dell’Onu per sanzionare in modo più appropriato gli atti criminali e l’uso di armi chimiche vietate dai trattati”.

Da Bruxelles fanno sapere che la Ue “era stata informata della probabilità di un’imminente svolta degli Stati Uniti”, dice una portavoce dell’alto rappresentante per la politica Estera Ue spiegando che Federica Mogherini ha seguito durante la notte gli eventi con i servizi diplomatici dell’Ue al lavoro. “L’Ue sta coordinando gli Stati membri” prosegue la fonte ed “è in contatto con Stati Uniti e Nazioni Unite“.

Più simile alle posizioni della Merkel e di Hollande la nota emessa dal ministro degli esteri Alfano: “L’Italia comprende le ragioni di un’azione militare Usa proporzionata nei tempi e nei modi, quale risposta a un inaccettabile senso di impunità nonché quale segnale di deterrenza verso i rischi di ulteriori impieghi di armi chimiche da parte di Assad, oltre a quelli già accertati dall’Onu” dichiara Alfano una nota della Farnesina in cui sottolinea che “il governo segue con la massima attenzione gli sviluppi nel Mediterraneo, tenuto conto dei suoi molteplici e diretti interessi alla sicurezza e alla stabilità della regione”. 

Su questo accodamento dei governi europei alla filosofia del bombardamento, si segnala una nota diffusa dalla Piattaforma Eurostop che denuncia come queste posizioni siano una conferma anche delle ragioni della manifestazione del 25 marzo contro i 28 capi di stato europei riuniti a Roma”, un vertice quello di Roma servito per “legare insieme una maggiore integrazione basata su incremento della spesa militare e le politiche di austerità che hanno impoverito – seppure in modo molto disuguale – tutti i popoli stretti nella gabbia della Ue, grazie anche alla moneta unica e all’alleanza subordinata all’interno della Nato”. Secondo Eurostop portare fuori l’Italia dalla escalation di guerra vuol dire “sottrarla agli automatismi militari, politici e diplomatici previsti da Trattati che hanno portato il paese dentro guerre e conflitti ancora prima che il Parlamento ne potesse discutere”.

Dallo stato sociale allo stato penale di Minniti

Il “decreto Minniti” segna uno spartiacque nel rapporto tra conflitto sociale e governi di questo paese. Al di là dei dettagli tecnici – che pure è necessario chiarire, chiamando a ragionarne giuristi, avvocati democratici e quel tanto che ancora esiste di parlamentari affezionati alla democrazia – va intanto colto il dato politico essenziale: non esistono quasi più spazi di mediazione. Anche il “quasi” ha la sua importanza giuridica, naturalmente, ma la direzione di marcia già fissata da alcuni decenni viene ora percorsa premendo forte sull’acceleratore.

Si usa definire tutta questa sfera come ambito della “repressione”, ed è corretto; ma è solo una parte del ragionamento che occorre fare.

La chiusura degli spazi di mediazione è infatti fenomeno politico-sociale ben più ampio del solo schieramento di strumenti militari e legislativi a supporto della repressione. Sono quasi 40 anni che le vie della mediazione sociale vanno diventando viottoli tortuosi, abbandonati alle erbacce e al dissesto, fino all’impraticabilità. La mediazione sociale si nutre infatti di spesa pubblica, è incarnata da investimenti pubblici e istituti di welfare (pensioni, sanità, istruzione, edilizia popolare, strumenti di supporto al reddito, ecc), che danno concretezza all’esigibilità di diritti altrimenti enunciati come pura chiacchiera. Tagliare la spesa pubblica vuol dire esplicitamente – basta leggere i giornali economici, anziché la cronaca – tagliare i margini di mediazione sociale, approfondire le disuguaglianze, impoverire chi ha un lavoro, bloccare l’ascensore sociale, condannare porzioni crescenti di popolazione a restar per sempre fuori dal cerchio del (relativo) benessere.

Mediazione sociale e repressione “regolamentata” sono andate di pari passo in tutta la storia del dopoguerra. La conquista di diritti esigibili è stata pagata con centinaia di morti nelle piazze e non. La repressione del conflitto si è a sua volta evoluta da “generalizzata” (verso tutte le manifestazioni di dissenso) a “selettiva” (prendendo di mira soprattutto le avanguardie politiche, a cominciare ovviamente da quelle più radicali).

La democrazia reale non è stata per niente un paradiso, come sappiamo. Ma si era riusciti a costruire – sulla base di rapporti di forza politici e sociali ora perduti – un ambito, spesso ristretto ai minimi termini, in cui l’esercizio del conflitto veniva riconosciuto e possedeva una legittimità anche per la controparte; ed in cui la repressione – anche quella più estrema – doveva essere contenuta, se non altro per salvare la faccia con le forme esteriori della democrazia. Persino nelle carceri speciali, insomma, si poteva contrattare su alcuni spazi di vivibilità, potendo contare sull’esistenza di un’”opinione pubblica democratica” che aveva grande peso sociale e intellettuali di notevole spessore (vedi le campagne per la chiusura del carcere dell’Asinara). Persino il più impolitico dei casseur, una volta preso prigioniero, sapeva fino a che punto poteva essere maltrattato dalla polizia e dove si situava il limite.

Gli sforamenti di quei limiti – omicidi mirati e torture – sono stati numerosi, ma hanno sollevato scandalo pubblico e hanno costretto il potere prima alla negazione, poi alla minimizzazione, in alcuni casi addirittura alla tardiva condanna dei funzionari più feroci (il “dottor de Tormentis”, per esempio). E le scene di Genova 2001 hanno creato più problemi che trionfi, alla classe politica d’allora.

Ora non più.

Quell’epoca è finita. Il “decreto Minniti” supera le colonne d’Ercole del diritto, attribuendo alle forze di polizia poteri senza contraltare e senza controllo. Perlomeno negli effetti immediati; e tutti sanno quanto possa essere estenuante la lentezza delle cause giudiziarie sgradite ai potenti, si tratti di tortura o di stragi per l’amianto. Ragion per cui intanto scattano i provvedimenti restrittivi, poi magari con il tempo – spesso troppo tempo – i ricorsi all’autorità giudiziaria possono a volte decretarne l’ingiustificabilità e ripristinare l’agibilità agli attivisti colpiti. Ma intanto l'”effetto freno” funziona…

La prima prova sul campo si è avuta con la manifestazione del 25 marzo. Non si è trattato solo di un’esibizione di forza, ma di una politica ad ampio spettro. Sono stati allertati direttori e capiredattori dei media più importanti, invitati a spargere come pioggia un allarmismo mai visto prima (Isis e black bloc negli stessi discorsi, come se tra una strage e una vetrina non ci fosse più distinzione). E’ stato allarmato un intero quartiere – l’unico attraversato dal corteo – e intimato ai commercianti di tirar giù le saracinesche. E’ stato mandato davanti alle telecamere un rappresentante delle associazioni di categoria a chiedere che in futuro si vietino le manifestazioni “per garantire il diritto di fare incassi”. Ogni governo “europeista” sarà ben felice di accontentarlo…

Sono stati bloccati diversi pullman di manifestanti provenienti da fuori Roma, “per verificare il loro orientamento ideologico” (come candidamente ammesso dal questore). Sono state identificate le persone, perquisite, trattenute per ore, impedendo quindi il diritto a manifestare anche dopo che le “verifiche” erano state tutte negative.

Sono stati emessi fogli di via stabilendo un nesso assolutamente arbitrario tra il ritrovamento di bastoni e sassi a Testaccio – il giorno prima! – e le persone che venivano da centinaia di chilometri di distanza, su mezzi peraltro pedinati da macchine della Digos.

E’ stata svuotata una capitale d’Europa vietando a tutti l’accesso alle zone attraversate dai 27 padroncini dell’Unione Europea; poi ci si è lamentati delle “manifestazioni che danneggiano il turismo”. Come se, in assenza di manifestazioni, sarebbe stata prevista piena libertà di movimento…

E’ stato spezzato in due un corteo, con mossa premeditata, alla ricerca di uno “scontro” che palesemente il corteo non voleva.

Sono scomparsi, proprio in quel momento, tutti i “responsabili di piazza”, lasciando sia gli uomini in assetto antisommossa che gli organizzatori della manifestazione senza un’interfaccia attendibile. Come se il potere, in questo paese, fosse in grado di mostrare enorme prepotenza ma ben poco autocontrollo.

Se nulla è accaduto, è merito di tutto il corteo, che si è poi ricomposto e abbracciato al Circo Massimo.

Quella del 25 marzo è stata dunque l’ultima manifestazione della vecchia fase e la prima della nuova. In mezzo c’è il “decreto Minniti”, contro cui andrà iniziata una battaglia politica ad ampio raggio, sia come mobilitazioni che come chiamata alle responsabilità di tutti davanti all’involuzione antidemocratica delle “istituzioni”.

Vale anche per noi, ossia per tutte le componenti che hanno dato vita alla giornata del 25 marzo. Continuare a ragionare e comportarsi come prima sarebbe il più stupido degli errori. Qualsiasi sia il tipo di pratiche che si è soliti mettere in campo. C’è un passaggio qualitativo in corso che fa la differenza tra il “prima” e “l’adesso”. Se non vogliamo che il domani diventi sistematicamente quello che abbiamo vissuto sabato 25 marzo, prima ancora in Val di Susa o nelle lotte sociali metropolitane in varie città o quello che stiamo vedendo in Puglia, occorre cominciare a discutere ed agire in modo convergente e lungimirante per rompere questo clima ed evitare tale scenario.

Nola. Nell’ospedale svuotato dai tagli si curano i pazienti a terra

10/1/2017

Gli inqualificabili governanti conto terzi di questo disgraziato paese oggi scovano un altro “scandalo meridionale” da indicare al pubblico insulto, in modo da distrarre la popolazione dalle proprie responsabilità.

Non c’è media cartaceo o catodico che non inizi la sua rassegna con il caso dell’ospedale di Nola, nel napoletano, in cui molti pazienti sono messi per terra anziché nei normali letti o almeno sulle barelle. Una scena da terzo mondo, immortalata da altri pazienti o parenti, consegnata ai social network e di qui rimbalzata sui media. Orrore puro, che fa somigliare l’Italia ai paesi sotto bombardamento aereo.

Ma di chi è la colpa?

I titoli giornalistici sono unanimi: quei criminali di medici e infermieri meridionali. E il governo spige decisamente in questa direzione, inviando ispettori e carabinieri dei Nas e minacciando provvedimenti ancora prima di sapere come stanno le cose.

Poi, andando a scavare negli articoli e soprattutto dalle dichiarazioni degli operatori la situazione assume altri connotati. Egualmente orribili, sia chiaro, anzi anche più scabrosi, ma con un’attribuzione di responsabilità molto chiara.

Il direttore sanitario, Andreoa De Stefano, spiega con disarmante semplicità: “Abbiamo preferito curare le persone a terra piuttosto che non dare loro assistenza. In ospedale abbiamo 15 barelle, 10 delle quali al pronto soccorso, e sabato ne abbiamo ‘sequestrate’ due alle autoambulanze per far fronte all’emergenza venutasi a creare.

Un morto in meno, come minimo, e dovere di cura rispettato anche in condizioni assurde. Ma non è finita. “Trenta dei 265 utenti arrivati al pronto soccorso – spiega ancora il direttore sanitario – sono stati ricoverati, e due persone sono state portate in altri nosocomi. Si pensi che c’era anche l’emergenza acqua, ed avevamo allertato la prefettura per poter avere qualche autobotte, poi fornitaci dai vigili del fuoco. Qui arrivano persone dall’agro sarnese, dal vesuviano, dal nolano, dall’avellinese, dall’acerrano, per un’utenza di circa 300mila persone. Ma i medici fanno il loro dovere, e danno assistenza nel migliore dei modi possibili, considerando anche che l’ospedale ha 107 posti letto a disposizione, e ne sarebbero necessari, nella norma, almeno il doppio. Noi non ci scoraggiamo, e siamo sereni, siamo pronti a chiarire tutto quanto ci sarà chiesto di chiarire. Ripeto, quella di sabato è stata un’emergenza che definire eccezionale è poco”.

Come mai un ospedale che dovrebbe avere – secondo il rapporto aureo (benché ristretto negli ultimi anni) tra utenza e posti letto – oltre 200 letti ne ha a malapena la metà? Qui bisogna andare a rinvangare anni di tagli alla spesa pubblica, specie sanitaria e specie sotto “il regno” della Lorenzin. Tagli invocati ed imposti dall’Unione Europea per ridurre debito e deficit, senza peraltro riuscirci perché i governi messi in piedi dalla Troika (Bce, Unione Europea e Fmi) hanno usato i soldi sottratti a sanità-pensioni-istruzione-assistenza per migliorare i profitti delle imprese (detassazione e incentivi a gogo) e salvare le banche, specie quelle più “vicine” al governo stesso (Banca Etruria e Mps, in testa a tutte).

Dunque se c’è un responsabile da indicare a pazienti e parenti inferociti nel vedersi trattare come bastie (ma anche i veterinari visitano usando un tavolo, non per terra) sono governanti locali (De Luca ha preteso di avere anche la delega alla sanità regionale…), nazionali ed europei. Che in ultima istanza sono quelli che stabiliscono entità e merito dei tagli alla spesa.

A quei medici e infermieri, in genere, si deve solo dire grazie.

http://contropiano.org/news/politica-news/2017/01/09/nola-nellospedale-svuotato-dai-tagli-si-curano-pazienti-terra-087764

UN ALTRO, UN ALTRO ANCORA!

USB Nazionale,

http://www.usb.it/index.php?id=1132&tx_ttnews[tt_news]=92468&cHash=3dc7b027be

Alcuni giorni fa un operaio autista 39enne di Brienza (PZ) della ditta GDM Margherita addetto al trasporto dei liquami del centro (COVA) raffineria di ENI di Viggiano (PZ) è stato rinvenuto cadavere in una strada alla periferia di Ravenna all’interno della cisterna del suo camion. L’uomo indossava una tuta bianca usa e getta, dei tappi alle orecchie e aveva un martello per la disincrostazione interna della cisterna ma non aveva la maschera antigas.

Secondo i documenti di trasporto di quei liquami sembra si trattava di rifiuti non pericolosi, sta di fatto che Luigi Molinaro (questo il nome dell’operaio morto) non ha avuto neppure il tempo di risalire la scaletta per trovare la via di fuga. Le esalazioni sono state la probabile causa di decesso fulmineo dell’operaio.

Le domande da porsi sono semplici, la prima è che i rifiuti trasportati su gomma devono rispettare le normative ADR.

La disciplina ADR stabilisce che i criteri debbano essere stringenti sul trasporto di rifiuti con caratteristiche di pericolosità, Questi stessi criteri si sommano per altro alla legge sulla classificazione dei rifiuti in base ai codici CER presenti nel D.lgs 152/2006 e l’obbligo di adottare una corretta classificazione sia CER sia ADR dei rifiuti trasportati spetta al produttore del rifiuto. In questo caso essendo il trasportatore e il produttore dei rifiuti avevano entrambi l’obbligo di applicare la normativa ADR per il trasporto dei rifiuti e la relativa classificazione CER in base al testo Unico sull’Ambiente 152/2006.

Dunque ci chiediamo: se gli esami dell’autopsia sul lavoratore dovessero confermare la morte per inalazione di veleni e conseguente asfissia ed arresto cardiocircolatorio e se fosse confermata l’indicazione di non pericoloso sui documenti di trasporto dei liquami, il lavoratore che non indossava in quel momento la mascherina antigas potrebbe essere stato spinto a questo proprio dai documenti che indicavano la non pericolosità di quei rifiuti?

E ancora viene da chiedersi, in una regione come la Basilicata, con il bacino petrolifero in terra ferma più grande d’Europa, è possibile ancora considerare adeguati e preparatigli Enti preposti ai controlli se appena pochi mesi fa con gli arresti ed i sequestri di fine marzo per traffico e smaltimento illecito di rifiuti pericolosi da attività estrattive tra le prime cose contestate ad ENI, Regione Basilicata, Provincia di Potenza, Arpab e Tecnoparco Val Basento c’è stato proprio lo smaltimento illecito di centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti pericolosi fatti passare per non pericolosi con la sola trasformazione dei codici CER?

USB si batte anche a tutela della salute e della sicurezza di tutti i lavoratori e tutti i cittadini che vivono nell’area delle estrazioni di petrolio e gas e pone queste domande in attesa che le Istituzioni diano delle risposte adeguate.

USB esprime vicinanza alla famiglia di Luigi, alla moglie, ai due bambini piccoli ed ai suoi parenti. con l’auspicio che simili tragedie non abbiano più a succedere in futuro, ma anche consapevole che le tante, troppe, morti sul lavoro, non sono quasi mai morti accidentali, ma veri e propri “omicidi sul lavoro” determinati dalla ricerca spasmodica del profitto, a tutto danno della sicurezza e della vita di chi lavora e chi vive nei territori.

21 e 22 ottobre, due importanti giornate di lotta

da www.retedeicomunisti.org

Indubbiamente il 21 ed il 22 Ottobre, con la convocazione dello sciopero generale ed il Norenziday, rappresentano il primo momento di mobilitazione generale contro la “riforma” costituzionale proposta da Renzi/Napolitano ed in diretta contrapposizione con la mobilitazione pro SI del 29 Ottobre.

La due giorni non è stata promossa dal comitato per il NO che pure aveva raccolto le firme per il pronunciamento referendario non riuscendo comunque a raggiungere l’obiettivo.

Importante che la doppia mobilitazione sia stata promossa da un cartello, il “Coordinamento per il NO sociale”, nato su proposta della Piattaforma Sociale Eurostop alla quale hanno risposto positivamente, oltre a noi della Rete dei Comunisti, l’USB, l’USI e l’UNICOBAS come forze sindacali, alle quali si sono poi aggiunte in modo autonomo il SICOBAS e l’ADL, e poi molti comitati territoriali, sociali, collettivi studenteschi, realtà popolari e praticamente tutto lo schieramento politico della sinistra e comunista esistente oggi in Italia. Dunque quella che si prospetta è una mobilitazione articolata su due giorni, rappresentativa quindi sia dell’opposizione sociale si di quella politica, che intende dire no a Renzi ed ai suoi progetti reazionari.

Ma se fosse solo questo il significato dell’iniziativa ridurremmo la mobilitazione ad un momento specifico che non ci consentirebbe di cogliere il perché è stato possibile arrivare ad un risultato abbastanza inedito in cui sia la mobilitazione sindacale che quella sociale e politica sono riuscite a trovare un momento di unità abbastanza inusuale per la cultura politica di questo paese. In realtà il passaggio referendario fa emergere obiettivamente un processo di politicizzazione delle contraddizioni che è in atto da tempo ma che fino ad ora non ha trovato l’occasione di esprimersi in modo compiuto. Questo processo nasce direttamente dall’incedere della crisi che rende sempre più inesistenti i margini di trattativa e di mediazione sociale e dunque tende a far esprimere sul piano politico quello che non riesce a manifestarsi su quello sociale e sindacale.

Questa dinamica ci spiega anche perché si manifesta una divaricazione apparente tra la sostanziale stagnazione del conflitto e la spinta a votare forze cosiddette populiste quali il M5S manifestando un voto di opposizione politica chiaro. Questa è una condizione nuova, non solo in Italia, che apre spazi ma che vede anche competitori pericolosi quali la destra estrema e la stessa Lega e dunque ci obbliga ad una battaglia di egemonia la quale è parte integrante della lotta sociale e politica che quotidianamente conduciamo. Il 21 ed il 22 si pongono esattamente su questo piano, in cui il conflitto sociale e quello politico devono fare necessariamente i conti in modo unitario con chi intende stravolgere le relazioni ed i rapporti di forza nella società a favore delle classi dominanti, pressate a loro volta da una crisi alla quale non riescono a trovare risposte reali.

C’è un altro significato implicito in questa mobilitazione e nella scadenza referendaria, che si manifesta indirettamente nelle dichiarazioni di esponenti governativi i quali sottolineano la differenza tra il nostro referendum e quello della Brexit cercando di esorcizzare un fantasma che in realtà è ben presente. Poiché la riforma proposta nasce dai processi di centralizzazione decisionale operanti nell’Unione Europea, necessari a sostenere una competizione mondiale sempre più feroce, il rifiuto delle riforme proposte e sottoposte a giudizio popolare il 4 Dicembre implicitamente rappresentano un no di fatto ai caratteri antipopolari e oligarchici della costruzione dell’Unione Europea. Dunque il nostro referendum in realtà è in linea diretta con il pronunciamento Inglese e pone alla sinistra ed ai comunisti, soprattutto, il problema di dare un giudizio su questa dimensione istituzionale che sta svelando sempre più la sua natura.

Continuiamo a sentir parlare di un’altra Europa, dell’Europa dei popoli, di democratizzazione dell’Unione Europea, ma ci sembra che questo approccio sia assolutamente inadeguato in quanto quello che si sta costruendo e affermando, vedi la proposta di esercito europeo, è una entità a carattere imperialista anche se non ancora nelle forme statuali a noi note, e non è certo detto che queste si debbano manifestare nello stesso modo in cui è avvenuto nel secolo passato. D’altra parte che l’Unione Europea sia l’Europa viene ormai smentito dai fatti in quanto ad Ovest il Regno Unito è uscito dopo il pronunciamento sulla Brexit ed ad est la Russia, oltre ad altri paesi, non è certo interlocutrice del processo unitario nonostante questo paese sia grande e certamente, fino a prova contraria, europeo.

Si ripropone dunque una questione antica e moderna che crea seri problemi al movimento di classe e comunista: la necessità di lottare contro il proprio imperialismo. Pensare che l’unico imperialismo, inteso da noi in senso leninista, sia quello statunitense e che una politica di carattere “campista” possa essere ancora adeguata alle condizioni attuali è un errore strategico che non fa vedere nella dimensione reale le relazioni internazionali e nemmeno i rapporti di classe dentro il polo imperialista europeo, correndo il rischio di subordinare gli interessi di classe ad una entità rappresentata idealisticamente in modo ben diverso dai processi reali in atto.

Questa è per noi la mobilitazione del 21 e del 22 Ottobre con la coscienza che il passaggio da fare adesso è sconfiggere Renzi e Napolitano al referendum del 4 Dicembre ma che la battaglia deve continuare per rompere l’Unione Europea che rappresenta il male e non la cura, al contrario di quanto ci viene detto continuamente.

Rete dei Comunisti

11 Ottobre 2016

Dal tramonto all’alba

di Sergio Cararo

“Siamo sull’orlo di un evento che segnerebbe la fine dell’Occidente (sotto la guida americana)”. Ad affermarlo non è un militante antimperialista né un protocampista. E’ Martin Wolf, uno dei maggiori editorialisti del Financial Times in un articolo uscito mercoledi. Wolf accredita lo status di evento scatenante alla possibile vittoria di Trump nelle elezioni presidenziali statunitensi. “L’imprevedibilità è il marchio di fabbrica di Trump e del suo approccio transnazionale… sarebbe un cambiamento di regime per il mondo intero… la sua presidenza non renderebbe grande l’America, al contrario, potrebbe mandare in pezzi il pianeta”, scrive Wolf.

Tra le righe del suo editoriale leggiamo però qualcosa di molto più pesante di un semplice endorsement per Hillary Clinton o l’ennesimo appello a fermare le variabili impazzite nelle leadership dell’Occidente (in fondo, Berlusconi è stato in questo quasi un precursore).

Per Wolf – e non solo per lui – è l’intera architettura, la sovrastruttura ideologica e psicologica mondiale, che rischiano di saltare se gli Usa non avranno più una guida sostanzialmente simile a tutte quelle che l’hanno preceduta. “Molti hanno sempre guardato con sospetto alle motivazioni degli americani, però pensavano che sapessero come si gestisce un sistema capitalista: la crisi ha mandato in frantumi questa fiducia”.

Il XXI Secolo dunque non sarà più il “Secolo americano”? Di questo si vanno convincendo e dunque preoccupando in molti, soprattutto nel campo nemico. Ma è una domanda che deve porsi con rigore (e non con atteggiamenti da tifoseria) anche chi per tutta la vita si è opposto al principale polo imperialista mondiale, perchè delinea un passaggio che segna in ogni caso un cambiamento di fase storica. Altrettanto epocale del passaggio di consegne della leadership mondiale dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti o della “caduta del Muro” (da cui è ormai passato oltre un quarto di secolo…).

Almeno tre generazioni sono cresciute e si sono formate all’insegna della subalternità o della lotta al modello statunitense in campo economico, ideologico e militare. Una egemonia contrastata fino al 1991 dall’esistenza di quello che è stato definito il “socialismo reale” in una parte del mondo e da movimenti di liberazione anticoloniale, vittoriosi fino al 1979. Con la violenta controffensiva scatenata negli anni ’80 a tutti i livelli, gli Stati Uniti avevano giocato tutte le loro carte: da quelle più brutali degli interventi militari a quella ideologica del nesso inscindibile tra prevalenza della proprietà privata, individualismo, consumi e democrazia fino al totem della forza “progressiva” di una globalizzazione finanziaria a guida statunitense con cui imbrigliare e conformare l’intera comunità umana su questa pianeta.

La dissoluzione dell’Urss nel 1991 aveva fatto dire al politologo statunitense Francis Fukuyama che “la storia era finita” e che il capitalismo reale a guida Usa poteva ritenersi la sintesi massima dello sviluppo umano in tutte le sue forme. Non era la prima volta che un temporaneo vincitore si guardava allo specchio e immaginava di rendere eterno quell’attimo di gloria, dimenticando che nella Storia ogni arrivo è solo un punto di partenza.

Eppure l’allarme sulla fragilità di questo scenario lo avevano suonato proprio i neocons statunitensi, con un documento riservato pubblicato nel 1992 sul Washington Post, che anticipava i temi, le ambizioni e le preoccupazioni che saranno risistematizzate otto anni dopo dai pensatori più reazionari nel Pnac (il Progetto per un Nuovo Secolo Americano), che supportò ideologicamente lo scatenamento della guerra infinita in Afghanistan, Iraq, Medio Oriente e Libia.

I neoconservatori statunitensi, nonostante la vittoria storica degli anni Novanta, intuivano il rischio del declino Usa e temevano come la peste “l’emersione di potenze rivali che possano mettere in discussione il primato statunitense nel mondo”. Alla luce di quello che stiamo vedendo, possiamo dire che avevano intuito bene, ma le guerre scatenate dalla amministrazioni statunitensi dal 1991 in poi non sono servite a fermare questo declino, né ad avviare una duratura controtendenza.

Ai primi di settembre era stato l’esperto strategico del Corriere della Sera, Franco Venturini, a disegnare uno scenario sconfortato del vertice del G20 a Huangzou, in Cina. Un Obama che rischia di essere ricordato come “il presidente che ha perso il Medio Oriente”, la Turchia di Erdogan uscita più forte dal fallito golpe sobillato dai “fratelli coltelli” nella Nato, una Russia tornata protagonista della scena internazionale con l’intervento in Siria che ha stoppato le velleità dei nemici del governo Assad, con il riavvicinamento con la Turchia e la politica dei fatti compiuti sulla Crimea, una Cina che non è crollata sul piano economico come ipotizzavano (e speravano) molti osservatori internazionali. Venturini spera che lo scenario dei prossimi anni non corrisponda a queste tendenze. “L’America è necessaria, e ha ragione Robert Kaplan quando dice che un declino americano sarà sempre relativo. L’Europa deve salvarsi, elettori e migranti permettendo. Russia e Cina devono essere tanto forti da accettare anche compromessi scomodi”, scrive l’editorialista del Corriere “Deve nascere, in definitiva, un ordine multipolare capace di gestire le tensioni di un dopo-Muro che è stato sin qui sinonimo di stragi e di impotenze. Comprese quelle del G20”.

Mercoledi, infine, in una intervista al Corriere della Sera, è stato Carlo De Benedetti ad affermare che “Siamo alla vigilia di una nuova, grave crisi economica. Che aggraverà il pericolo della fine delle democrazie, così come le abbiamo conosciute” (vedi l’intervista e il commento del nostro Dante Barontini su Contropiano di mercoledi). Anche l’Ingegner De Benedetti vede come una jattura la eventuale vittoria di Trump alle elezioni statunitensi, ma sottolinea soprattutto che “Oggi proprio la progressiva distruzione della classe media mette a rischio la democrazia; senza che si sia risolto il problema della stagnazione. Peggiorato dalla folle scelta europea dell’austerity in un periodo di piena deflazione, il che equivale a curare un malato di polmonite mettendolo a dieta”.

Insomma tre analisi “catastrofiste” in pochi giorni, da parte di esponenti rilevanti dell’establishment e sui loro principali strumenti di orientamento, sono qualcosa di più di “tre indizi che fanno una prova”. Emerge piuttosto la consapevolezza (oltre alla paura) che il piccolo mondo antico stia finendo anche per i capitalisti, ormai abituati a muoversi, decidere e agire in un sistema di alleanze, valori e parametri economici/ideologicidominante perché efficace e senza più avversari all’altezza. I padroni non controllano più il mondo come prima, “fan finta di sapere” diceva una canzone.

Ancora Martin Wolff ci ricorda che la quota di ricchezza prodotta dai paesi occidentali, sul totale del Pil mondiale, scenderà dal 64% del 1990 al 39% del 2020. Un processo che non avviene per una redistribuzione della ricchezza su basi di classe, ma dentro nuovi rapporti economici, politici e di forza nel mondo che vedono declinare gli Usa e i loro alleati storici. Gli stati europei, soprattutto.

Il problema è che nessun imperialismo dominante ha accettato di declinare senza ricorrere a tutti i mezzi per evitarlo. In questi 25 anni si sono accaniti sui salari e sui lavoratori per raspare margini di profitto sempre più sottili; si sono dedicati al saccheggio sistematico delle risorse dei paesi più deboli e hanno riempito il mondo di carta straccia pomposamente chiamata “prodotti finanziari”. Adesso stanno liquidando anche la democrazia rappresentativa che doveva rappresentare il “valore aggiunto” intrinseco dell’economia di mercato, il fiore all’occhiello che legittimava qualsiasi porcata.

La partita che si sta aprendo non è e non sarà una battaglia di opinioni ma lotta per la sopravvivenza e la trasformazione come necessità della sopravvivenza. La cui soluzione, come spiegava Marx, non può che essere “una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o la rovina comune delle classi in lotta”.

Non si scherza più, se mai si è scherzato. Il tramonto sta scendendo, ma l’alba non arriverà da sola…

Se il popolo “vota male”, è meglio che non voti più?

da Contropiano.org

Il voto per la Brexit ha sorpreso tutti. Anche e soprattutto a “sinistra”, comprendendo in questa esausta categoria tanto gli ultrariformisti approdati felicemente al sottogoverno quanto la sinistra radicale (o ex) e addirittura l’”antagonismo”.

In qualsiasi schieramento, dal liberale al democratico, dal destrorso al “radicalissimo”, appunto, sono emerse con nettezza posizioni pro e contro – addirittura – il suffragio universale. Tutti hanno dovuto prendere atto, nell’analisi del voto, che a favore del remain si sono pronunciate le aree più benestanti, le fasce d’età più giovani (ammesso che sia possibile o attendibile un’estrapolazione per generazione, visto il sistema elettorale per collegio, che consente appunto solo di appurare come abbia votato un determinato territorio), quelli a più alta scolarizzazione (l’impressione è che si sia ricorso a qualche sondaggio post-voto, piuttosto che all’analisi dei flussi). Mentre hanno certamente votato leave le aree più colpite dalla crisi, dunque le fasce più povere, le generazioni più anziane (sarà vero? mah…), gli “illetterati”.

L’argomento che ha accomunato pensosi intellettuali solitari e affannati guerriglieri della tastiera è in sintesi questo: “poveri, ignoranti e anziani non dovrebbero poter votare, perché sono troppo facilmente manipolabili da chiunque, specie dai reazionari”. O perlomeno non dovrebbero votare in ogni occasione, soprattutto in quelle in cui occorre avere una qualche conoscenza approfondita del tema in discussione.

Diciamolo subito: spesso il “popolo lavoratore” vota a cazzo (vogliamo parlare del 18 aprile 1948? allora a “votar male” si decise che siano state le donne, ancora poco avvezze al diritto di voto e succubi dei parroci), spessissimo viene manipolato (quasi sempre, in regime capitalistico; basta vedere la televisione), ancor più spesso non conosce neanche superficialmente il problema su cui è chiamato a decidere (persino sul divorzio se ne sentirono di clamorose, eppure…). Però l’alternativa obbligata al suffragio universale è un diritto di voto ristretto. Le variabili sono in questo caso innumerevoli: a) per censo (votano solo quelli al di sopra di un certo reddito); b) per titoli scolastici (basta la licenza media oppure bisogna ammettere solo quelli con la laurea?); c) per età (oltre ai minorenni, magari abbassando l’età minima a sedici anni, andrebbero esclusi gli anziani al di sopra di una certa età; ma quale? 65, 70, 75?); d) per tema (e allora non si dovrebbero fare più referendum su nessun argomento più complicato del prezzo del pane…; ma chi ha detto che un voto alle politiche o alle amministrative sia dato “in pienezza di coscienza”?).

Come si vede, una volta rotta la diga dell’universalità ci si può sbizzarrire all’infinito. Un po’ come con la proprietà privata: una volta che un bene collettivo non sia più nella disponibilità universale si possono scrivere decine di norme diverse su quanto grande o piccola possa essere la proprietà individuale…

Che una tentazione del genere alligni ai piani alti della classe dirigente è sicuro e anche “normale”: in effetti già ora le scelte fondamentali di ogni singolo paese (la legge di bilancio e dunque la politica fiscale) sono state sottratte ai vari parlamenti, e dunque ai rispettivi popoli (chi non se n’è ancora accorto può chiedere lumi ai greci). Hollande, per imporre la loi travail, ovvero il jobs act alla francese, ha bypassato d’autorità il Parlamento. Quindi qualunque voto popolare…

Che un’idea del genere trovi spazio “a sinistra” è invece segno di marciume intellettuale. Una volta assodato che “il popolino” è – e come potrebbe essere altrimenti? – “ignorante e manipolabile”, il compito di comunisti rivoluzionari, semplici progressisti o “sinceri democratici” è sempre stato quello di fornire al quel “popolino” informazione, cultura, autonomia, capacità critica. È sempre stato insomma un problema da risolvere con il lavoro di massa, l’organizzazione della classe, la “formazione”, il conflitto sociale e politico che rende consapevoli di sé e dei propri diritti (oltre che della propria intelligenza) mettendosi alla prova direttamente.

Quelli che dicono di essere “rivoluzionari” e “comunisti” immaginando di poter cambiare il mondo in compagnia di chi la pensa come loro è bene che si guardino allo specchio. Potrebbero scoprire di esser solo dei noiosi snob, che – come Fassino – scambiano l’ostilità crescente verso il potere per “invidia sociale”, rabbia di strada della racaille (su cui si è giocato la presidenza Sarkozy).

Snobismo a parte, in ogni caso, ci sembra di poter dire che tutto lo strabismo “di sinistra” è causato da una incomprensione decisiva: chi è che ha il potere? Dunque, chi è il nemico principale?

Prendiamo una formulazione non a caso, ricorrente, proposta in forma quasi paradigmatica da un blogcertamente antagonista. Citiamo e commentiamo senza alcuna intenzione polemica (nonostante una certa propensione all’insulto propria di quell’autore):

la campagna per uscire dall’Ue sposta l’orientamento politico della sinistra dalla lotta sociale contro i nemici interni alla battaglia contro le istituzioni europee, come se fossero queste il fattore determinante e originario dei problemi sociali. Non è così: l’Ue e la politica della Banca centrale europea esprimono tendenze già ampiamente affermatesi sul piano nazionale. Questo è vero per tutti i paesi europei ed è, se possibile, ancor più vero per il Regno Unito, lo Stato che nella persona di Margaret Thatcher è stato la punta avanzata del sedicente neoliberismo. Specialmente nel Regno Unito, non solo la linea del leave si rivolge contro i bersagli sbagliati, ma è dannosa perché divide gravemente gli stessi lavoratori e la gente comune del Regno Unito fra nazionalismi interni: gran parte (non tutti!) degli inglesi e dei gallesi contro la schiacciante maggioranza di scozzesi e irlandesi del Nord.”

Il nemico principale è quello interno? Se così fosse il proletariato greco aveva già vinto la sua battaglia cacciando il conservatore Samaras e il Pasok di Papandreou, eleggendo Tsipras sulla base di un programma nemmeno rivoluzionario, ma tiepidamente favorevole a ridurre gli effetti del “memorandum” della Troika sulle condizioni di vita della popolazione. Cosa è successo dopo? Lo si è già dimenticato? Strani rivoluzionari, quelli senza memoria dei fatti e con troppe citazioni contraddittorie nella testa…

Davvero le istituzioni europee “ esprimono tendenze già ampiamente affermatesi sul piano nazionaleE allora che bisogno ci sarebbe di trattati sempre nuovi (Fiscal Compact, Six Pack, Two Pack, ecc), di strumenti sempre più costrittivi, di “procedure di infrazione” anche per scostamenti minimi dai parametri di Maastricht (se non ti chiami Francia o Germania, ovvio)?

I nazionalismi dividono i lavoratori, è verissimo. Soprattutto quando questi lavoratori non sono mai stati uniti. A meno di non voler considerare la Ces l’organizzazione sindacale che unisce i lavoratori europei, invece che il cimitero degli elefanti (dirigenti sindacali a fine carriera) che in effetti è. Avete visto lavoratori tedeschi mobilitati contro il jobs act in Italia o in Francia? O almeno contro le riforme Hartz nel loro paese? Si fa fatica persino a organizzare qualche sciopero contemporaneo nelle filiali nazionali della stessa multinazionale (ognuno spera che la chiusura degli stabilimenti tocchi a un altro paese)…

I lavoratori vanno insomma uniti nel conflitto, al di là dei confini nazionali, oppure questa unità è già datadall’Unione Europea?

Detto altrimenti: l’Unione Europea è un quasi-stato in costruzione, che supera e integra quelli nazionali (per vie sempre non democratiche) oppure è la realizzazione imperfetta del “sogno di Ventotene”? È la realtà nemica che abbiamo davanti ogni giorno, quella che pretende sia tagliata la spesa pubblica per pensioni, sanità, welfare, che impone “riforme costituzionali” e del mercato del lavoro, oppure un ammenicolo superficiale che semplicemente “recepisce tendenze già affermate a livello nazionale”?

Da come si risponde a questa domanda discendono due visioni strategiche diverse e opposte. Quella delremain, è un dato oggettivo, è la linea del grande capitale multinazionale, da Soros a Marchionne a Schaeuble. Quella del leave ha un sacco di pessime compagnie, è vero. Contro le quali bisogna battersi, in mezzo alla nostra gente, perché spariscano per sempre.

Bisogna infatti essere marxisti tutti i giorni, non solo quando c’è da sfoggiare citazioni. Le classi sono contraposte da interessi antagonisti, non da opinioni diverse. Se questi interessi – spesso elementari, certo, come l’avere un salario decente, qualche certezza sul futuro, ecc – non vengono rappresentati da chi dovrebbe farlo (la sinistra, i comunisti, i “sinceri democratici”, ecc), c’è sempre il serio rischio che vengano strumentalizzati dalla destra.

Ma non è che, se un interesse di classe giusto viene “fatto proprio” impropriamente e strumentalmente dalla destra, allora quell’interesse diventa “sbagliato”, innominabile, accantonabile. Questo sì, che regala la classe alla destra e lascia campo libero al gioco dei capitali multinazionali…

Pensateci, in fondo avete un po’ di tempo. Il voto per la Brexit non significa uscita immediata, ma “trattative” ad libitum…

Vedi anche:

http://contropiano.org/news/internazionale-news/2016/06/24/referendum-britannico-un-tentativo-analisi-del-voto-080846

http://contropiano.org/news/internazionale-news/2016/06/25/gran-bretagna-petizione-chiede-votare-non-votare-piu-080901

http://contropiano.org/interventi/2016/06/25/brexit-commento-del-partito-comunista-portoghese-080867

http://contropiano.org/news/aggiornamenti-in-breve/esteri/2016/06/24/brexit-la-reazione-unita-popolare-grecia-080844

http://contropiano.org/interventi/2016/06/26/vittoria-della-sovranita-popolare-sconfitta-lasse-uefminato-080876

 

Si è rotta la diga

La vera partita comincia ora. La batosta subita da Renzi e dal centrodestra rivela che gli equilibri sociali consolidati si sono ormai rotti, a partire fondamentalmente dalle realtà metropolitane. Governare questo paese secondo le linee guida dell’Unione Europea e della Troika diventa dunque di fatto molto più difficile, mentre l’alternativa possibile e concreta resta avvolta – purtroppo – nella nebbia delle buone intenzioni inconsapevoli delle caratteristiche fondamentali del “sistema”.

Ma ora si può cominciare a giocare una partita che prima era semplicemente bloccata e già vinta dal potere più fetido.

Non vi può essere alcun dubbio che la sconfitta subita da Renzi – per certi versi clamorosa quanto a dimensioni e realtà sociali – sia anche la sconfitta delle politiche di austerità, malamente mascherate da provvedimenti “populisti”, come gli 80 euro, ma saldamente incentrate su un diluvio di misure che più antipopolari non si può: jobs act e cancellazione dell’art. 18, tagli alle pensioni, tagli alla sanità e alle prestazioni minime, privatizzazioni di servizi pubblici essenziali (anche in barba al referendum che ha confermato la volontà di avere la proprietà pubblica dell’acqua), ecc. Accompagnate dalla complicità conclamata con il sistema delle imprese, fino all’asservimento esplicito del governo alle multinazionali e alle banche o alla malavita fiorita intorno a ciò che resta della spesa pubblica utilizzabile a fini clientelari (Mafia Capitale).

L’Italia metropolitana sfugge palesemente al controllo mediatizzato, nonostante il monopolio evidente del “renzismo” su quotidiani e soprattutto televisioni. Ma le balle a raffica del guitto di Rignano, ormai, non convincono più nessuno. Nelle grandi città è evidente come i quartieri ricchi o benestanti stiano con il governo, mentre le periferie e i quartieri operai (o ex operai) siano totalmente contro.

Se ne era avuto il segnale con il crescere continuo dell’astensionismo, arrivato ora a superare il 50%. Un rifiuto di massa, rassegnato e impotente, più che rabbioso, cui il potere ha tentato di rispondere con la “rottamazione guidata”, dall’interno della rappresentanza politica vecchio stile; un banale ricambio basato sulla diversità delle facce, tenendo fermo il manico delle scelte di fondo. Un gioco clamorosamente fallito perché, se “rottamazione” ha da essere, questa riguarda ora tutto il sistema della rappresentanza. Già nel 2013 si era vista l’onda salire, ma l’establishment aveva risposto blindandosi con il “patto del Nazareno”, con Letta al posto di Bersani, il reincarico a Napolitano, infine con l’incarico a un non eletto dalla panzana facile, selezionato con il casting tv; e quindi con la dichiarazione ufficiale che nulla sarebbe stato concesso al malessere delle metropoli del paese. Per quanto poco stessero chiedendo, con il voto ai Cinque Stelle.

L’altra Italia, quella di provincia, si reggeva e si regge invece ancora su vecchi e consolidati equilibri. Lì la crisi, pur mordendo, non ha avuto ancora gli effetti socialmente devastanti che si possono vedere nelle metropoli. C’è ancora “grasso di riserva”, patrimoni e risparmi, occasioni di lavoro o di autosfruttamento che comunque rallentano la caduta verso l’indigenza. Lì, insomma, è per il momento ancora difficile costruire un consenso antigovernativo senza passare attraverso i luoghi in cui si costruisce il “senso comune” di comunità dimensionalmente limitate (salotti, associazioni di categoria, bar, parrocchie, ecc).

Ma sono le metropoli a segnare la tendenza, ovviamente. E ancora più interessante è il segnale che proviene dalle vecchie città industriali (Torino, dopo il primo segnale esploso a Livorno), dove una lunga e gloriosa tradizione operaia ha sciolto definitivamente il rapporto con l’apparenza della continuità politica. Che il Pd di Renzi non abbia nulla a che spartire con il vecchio Pci, insomma, è cosa chiara a tutti.

Milano e in parte Bologna, stamattina, sembrano due anomalie rispetto a un quadro metropolitano complessivo alquanto omogeneo. Quasi un “ridotto della Valtellina”, si è scherzato in qualche talk show, istituendo così un’analogia tra il precipitare rovinoso della leadership renziana e la fuga ignominiosa di Mussolini il 25 aprile ’45. Volessimo scherzare anche noi, potremmo dire: “ti aspettiamo a Dongo”…

Roma, Napoli, Torino sono passate decisamente al fronte dell’opposizione. Sono dunque qualcosa di più che “isole della protesta”. Sono e soprattutto possono ora diventare l’asse intorno a cui si costruisce socialmente un’alternativa alle politiche dell’Unione Europea incarnate da Renzi (ma anche dal centrodestra). Alternativa per ora abbastanza fumosa, certo, ma con alle spalle una fortissima spinta sociale che chiede risposte in tempi umani; ossia qui e ora, o almeno entro qualche mese.

Il nodo del contendere, tra queste metropoli e il governo centrale (finché starà in piedi) è dunque ilpatto di stabilità, ovvero quella serie di vincoli di bilancio che discendono come un filo spinato da Bruxelles fino all’ultima sperduta comunità montana. Il rifiuto di accettare i diktat del governo centrale sarà dunque il banco di prova della capacità di costruire anche politicamente quest’asse dell’opposizione.

Ci si deve infatti attendere una vera e propria “guerra” contro tutte queste amministrazioni. Una guerra fatta di mancati trasferimenti finanziari (per costringerle ad aumentare tasse locali e tariffe pubbliche), di ricatti su opere pubbliche piccole e grandi (quel genio di Maria Elena Boschi li ha addirittura evocati prima del voto!), di mobilitazione reazionaria di alcune categorie già in sofferenza per altre ragioni.

Questa “guerra” non potrà essere evitata. Bisognerà invece avere la capacità di condurla rovesciando sul governo (e l’Unione Europea) la responsabilità di ogni difficoltà, di ogni contraddizione sociale. Perché, nello schema dei poteri ridisegnato dalle varie controriforme costituzionali, ben poco resta nella possibilità autonoma dei singoli sindaci.

Ne sono consapevoli? Ne saranno capaci? A Napoli, per molti versi la metropoli in cui il processo di costruzione di un’alternativa politica reale appare più avanzato, si può ragionevolmente dire di sì. Torino, Roma (e Livorno) non hanno comunque davanti altre strade percorribili. Se vogliono sopravvivere al prevedibile moltiplicarsi di eventi “cileni”, scatenati dall’incrocio di difficoltà finanziarie e voglia di vendetta delle clientele e dei palazzinari, dovranno misurarsi con i problemi sociali reali e le forze che fin qui – assolutamente controcorrente – hanno provato a organizzarli e rappresentarli. Onestà e trasparenza sono buone cose, ma servirà qualche idea un po’ più incisiva per “passà a’ nuttata”. Il voto che hanno preso i Cinque Stelle, occorre saperlo, ha un forte sapore di “ultima spiaggia”…

Questa tornata elettorale, così dirompente per il quadro politico, ha mostrato anche come la “sinistra radicale” – nelle sue componenti fin qui maggioritarie – abbia capito poco o nulla dei processi in atto e della stessa funzione del rito elettorale in questa tempesta politico-sociale. Il vecchio dilemma tra astensionismo “antagonista” o partecipazione subordinata al Pd (l’esito scontato di tutti i ragionamenti sul “meno peggio”), oppure tra liste motivate soltanto dal glorioso simbolo della falce e martello o il “voto utile”, è una dimostrazione di impotenza già a livello del pensiero.

Come sempre, per avere peso politico bisogna avere peso sociale, radicamento, riconoscimento da parte dei “nostri”, idee chiare sul nemico principale e sulla prospettiva. E senza quel peso, senza quelle idee, si assiste alla partita giocata da altri, sempre più da distante.

Ieri si è rotta una cappa e diverse dighe. Al referendum di ottobre si gioca il futuro degli assetti costituzionali di questo paese: o asserviti “senza e se e senza ma” alle logiche della Troika, espropriati di ogni diritto e facoltà legale di resistenza, oppure pronti a battersi per prospettare una rottura difficilissima di questa gabbia. Ma ora la possibilità di fa vincere un forte “NO” sono decisamente più alte e robuste.

Non a caso, già stamattina, dal quotidiano di Confindustria arriva il consiglio – diretto a Renzi e alla sua corte – di “legare la riforma della Costituzione alla stabilità del Paese, alla blindatura dentro l’Europa, alla tenuta dello spread. Definirsi, cioè, come l’argine ai populismi”. E soprattutto quello di rivedere la legge elettorale chiamata Italicum, pensata per dare potere assoluto a un leader e un partito, chiunque esso fosse, perché tanto “il programma di governo” doveva essere quello disegnato dalla Ue. Questo schema, che sembrava una garanzia per l’oligarchia, ora appare come un pericolo mortale, perché il vincitore potrebbe essere qualcuno non preventivamente inscritto nel cerchio poco magico dei servi.

Basterebbero queste poche osservazioni a far dire che ora la partita è di nuovo aperta. Dunque sarebbe da criminali – o da idioti – non giocarla. A partire dalle periferie, dai luoghi di lavoro, dalla precarietà contrattuale ed esistenziale. A partire dall’organizzazione quotidiana dei “nostri”.

Dai lavori usuranti ai pensionati sotto usura

da Contropiano.org

Solo la libidine di servilismo da cui sono soggiogati i gruppi dirigenti di CGILCISLUIL può aver fatto sì che questi considerassero interessante il progetto del governo sul prestito bancario ventennale, necessario per poter andare in pensione un pò prima. Del resto il confronto con la Francia mostra ogni giorno come i grandi sindacati confederali in Italia siano parte del disastro che è precipitato addosso al mondo del lavoro, cioè siano tra i problemi e non tra le soluzioni.

La sola cosa giusta e ragionevole da fare sarebbe quella di riabbassare l’età pensionabile dai livelli iniqui cui l’ha elevata la legge Fornero. Ma siccome il governo si è impegnato con la Troika a non toccare quella legge, ecco allora il coniglio che salta fuori dal cappello: il mutuo per la pensione.

Il governo propone che un lavoratore di 63/64 anni possa andare in pensione prima dei 67/68 imposti dalla legge Fornero, facendo un prestito in banca. Cioè la banca, a chi dovesse lasciare il lavoro prima, pagherebbe una simil pensione per i tre quattro anni mancanti rispetto alla scadenza effettiva della quiescenza. Il pensionato restituirebbe poi la somma dovuta con un mutuo ventennale. Quindi un lavoratore che normalmente ha già il reddito gravato dal mutuo per la casa e per altre spese fondamentali, dovrebbe indebitarsi in vecchiaia per altri venti anni, cioè finirebbe per non prendere mai la pensione che ha maturato, a meno che non si avvicinasse alla soglia dei 90 anni di età. Inoltre, se sfortunatamente dovesse morire prima del dovuto, lascerebbe al coniuge e agli eredi un debito in più. I mutui non si estinguono per la scomparsa del soggetto titolare.

Il governo ha fatto capire che potrebbe venire incontro ai pensionati più poveri o più in difficoltà, aiutandoli o sul capitale o sugli interessi. Ma in realtà questi soldi pubblici andrebbero come compensazione alle banche, che sarebbero comunque le prime beneficiarie di tutta la mostruosa operazione.

Io non credo che un pensionato in buona salute e sano di mente, di questi tempi sia interessato a indebitare così sé stesso e la propria famiglia per quasi un quarto di secolo. Penso però che il progetto del governo sia stato realizzato per tre precisi scopi.

Il primo è quello di venire incontro alla Confindustria, che pur essendo stata una tifosa sfegatata della legge Fornero, sa bene quanto essa sia difficilmente applicabile nelle sue imprese. Che vogliono liberarsi il prima possibile dei lavoratori più anziani, anche per sostituirli con assunzioni senza articolo 18, sottopagate e finanziate dallo stato. Finora le aziende che volevano “svecchiare” dovevano ricorrere alla crisi aziendale, usare la cassa integrazione o la mobilità, e magari spendere di tasca propria incentivi ai dipendenti, perché si dimettessero prima della pensione. Ora, agevolate anche dalla liberalizzazione dei licenziamenti economici realizzata sia da Monti che da Renzi, le imprese potranno spingere i dipendenti anziani ad andarsene prima della pensione, e costringerli ad instaurare il famigerato mutuo, risparmiando sugli incentivi. A questo esodo non sono interessate solo le aziende industriali ma tutte le imprese a partire proprio dalle banche, che hanno annunciato decine di migliaia di esuberi per i prossimi anni. Possiamo allora immaginare l’azienda di credito che caccia il suo stesso dipendente anziano dal posto di lavoro, mentre poi lo lega ancora a sé con il mutuo aperto ai suoi sportelli…Quante consulenze farlocche si preparano!

Il secondo scopo del governo è quello di addossare al lavoratore stesso i costi del suo logoramento psicofisico. Infatti, se non spinto dalla azienda, chi potrebbe comunque essere costretto ad indebitarsi pur di uscire dal lavoro? Chi non ce la fa più, chi fisicamente o psicologicamente sia così logorato dalla propria mansione, da essere disposto anche a rischiare la rovina economica pur di essere fuori dal lavoro. Gli operai , i macchinisti dei treni, gli infermieri, i tanti sottoposti a vecchie e nuove fatiche e, soprattutto, le donne a cui tocchi il carico doppio del lavoro duro e della cura familiare. A queste lavoratrici e questi lavoratori una volta i governi promettevano la pensione anticipata per il lavoro usurante, cioè lo stato giustamente avrebbe dovuto farsi carico del danno subito per la durezza del lavoro. Ora invece i lavoratori questo danno se lo pagherebbero di tasca propria, indebitandosi con le banche. Da lavoratori usurati a pensionati sotto usura.

Infine il terzo scopo del governo è ovvio: aprire al sistema bancario una nuova prateria per i profitti. Che non sono solo quelli preannunciati dai prestiti, ma anche quelli attesi dall’ingresso in pompa magna del sistema bancario nella previdenza pubblica.

Questo, secondo me, è lo scopo di fondo della operazione: avviare la privatizzazione del sistema pensionistico pubblico, affidando sempre di più la pensione al sistema bancario, assicurativo e finanziario. CGILCISLUIL sono poco sensibili oramai su questo tema, perché sempre più coinvolte nei fondi pensionistici e sanitari integrativi. Però qui si avvia un salto di qualità : la trasformazione della pensione da diritto sociale a investimento di capitale. Una volta entrate nel sistema pensionistico pubblico, ci penseranno le banche stesse ad allargare lo spazio che viene loro così generosamente offerto dal governo. All’interno del quale riscuote sempre più credito il modello pensionistico cileno. Cioè il sistema imposto, su decine di migliaia di cadaveri, dal dittatore Pinochet. Sistema che ha distrutto la pensione pubblica sostituendola con l’assicurazione privata. Josè Pinero, il ministro responsabile per conto del tiranno cileno di quella spaventosa controriforma, con strana coincidenza è in Italia proprio in questi giorni , riverito ospite del gruppuscolo renziano di Scelta Civica.

A coloro che sostengono che la controriforma costituzionale di Renzi non tocchi i principi fondamentali della nostra Carta, suggerisco di confrontare quei principi con questo progetto di speculazione finanziaria sulla previdenza pubblica. Altro che ritocchi, è l’essenza della Costituzione antifascista che viene messa in discussione da governanti sempre più spregiudicati quanto pericolosi. Bisogna fermarli.

Eurostop contro Loi Travail e Jobs Act, a Milano bloccato il Tgv

14/6/2016

Ieri in diverse città italiane le organizzazioni sociali, sindacali e politiche che promuovono la Piattaforma Sociale Eurostop hanno organizzato momenti di mobilitazione contro la gabbia dell’Unione Europea e di solidarietà nei confronti della lotta dei lavoratori e delle lavoratrici francesi contro la Loi Travail imposta dal governo socialista.
Mentre a Parigi ed in altre città francesi scendevano in piazza circa un milione e trecentomila persone – lavoratori, disoccupati, studenti e pensionati – da Milano a Bologna, da Pisa a Firenze a Roma si tenevano iniziative di sostegno ad una lotta che ha una rilevanza continentale.

“Da molte settimane lavoratori, giovani, popolo francesi sono in lotta contro la legge voluta dal governo Hollande, sotto dettatura della Unione Europea, che distrugge il contratto nazionale, liberalizza i licenziamenti, peggiora il salario e le condizioni di lavoro. Quel grande fronte di lotta, che vede assieme organizzazioni sindacali movimenti, operai, studenti, precari, oggi parla a tutta l’Europa e suona la campana della ribellione alle politiche liberiste di distruzione dei diritti sociali e del lavoro, che sono la sostanza della Unione Europea” scriveva nei giorni scorsi la Piattaforma Sociale Eurostop chiamando alla mobilitazione. “In Italia quelle politiche sono ora realizzate dal Jobsact e dalla controriforma costituzionale del governo Renzi. La lotta del popolo francese parla prima di tutto a noi e chiede conto prima di tutto della passività e della complicità dei grandi sindacati confederali, ma anche dei limiti dei nostri movimenti e del più tradizionale mondo della sinistra. La Piattaforma sociale Eurostop ritiene che tutte le forze disposte a lottare contro le politiche di austerità e competitività liberista debbano oggi mobilitarsi a sostegno della lotta in Francia”.

Milano

Nel capoluogo lombardo alcune decine di manifestanti hanno deciso di sanzionare gli interessi francesi. Dopo un primo presidio in Piazzale Loreto realizzato a partire dalle 14.30 dai militanti sindacali e politici ai quali si sono aggiunti precari e attivisti di alcuni centri sociali, i manifestanti hanno deciso di spostarsi alla Stazione Garibaldi dove hanno occupato un binario e così impedito la partenza del TGV Milano-Parigi. Per circa un’ora il blocco è stato mantenuto da una cinquantina di manifestanti, nonostante le ripetute minacce di sgombero da parte delle forze dell’ordine. Da registrare invece una certa solidarietà, o quantomeno tolleranza, da parte dei passeggeri del treno ad alta velocità. Poco prima delle cinque il blocco è stato tolto e i manifestanti si sono trasferiti a via Magenta, improvvisando un altro presidio sotto gli uffici del Centro Culturale Francese.

Bologna

Anche Bologna é scesa in piazza per esprimere la propria solidarietà nei confronti dei lavoratori francesi in lotta contro la loi travail, una legge che come il jobs act italiano sta condannando milioni di persone al precariato e alla totale assenza di diritti. Durante la mattinata i lavoratori del Si Cobas hanno bloccato l’interporto, mentre gli attivisti della Campagna Noi Restiamo hanno appeso uno striscione di denuncia e solidarietà di fronte alla sede del Consolato francese. Nel pomeriggio, gli attivisti delle varie sigle aderenti alla Piattaforma Eurostop hanno realizzato un lungo volantinaggio tra i pendolari davanti alla stazione centrale di Bologna, esponendo uno striscione che poi è stato esposto dalla scalinata della Montagnola con scritto “contro l’Unione Europea e il Jobs Cct, solidarietà ai lavoratori francesi in lotta contro la loi travail”. In serata un corteo partito dalla sede del Vag ha sfilato per le vie della città passando anche sotto le sedi di Cgil e Cisl e puntando così il dito su questi due sindacati complici dei governi che hanno svenduto i lavoratori al Jobs act renziano.

Toscana

A Firenze a partire dalle 18 gli attivisti dei sindacati di base, di alcuni centri sociali e di varie organizzazioni della sinistra anticapitalista hanno realizzato un presidio in Piazza Ognissanti, a pochi passi dalla sede del consolato francese, che poi si è trasformato in un corteo composto da circa duecento persone. La manifestazione ha raggiunto la sede locale di Confindustria sfilando dietro uno striscione che recitava: “Contro Jobs Act e Loi Travail in Italia come in Francia solidarietà. Rilanciare la lotta”.

A Pisa Eurostop e il comitato per il No al Referendum Costituzionale nel pomeriggio di ieri hanno realizzato un presidio ed un volantinaggio di solidarietà con i lavoratori francesi davanti alla sede della Mensa Universitaria.

Roma

A Roma una cinquantina di attivisti aderenti alla Piattaforma Sociale Eurostop – Unione Sindacale di Base, Rete dei Comunisti, Noi Restiamo, Partito Comunista d’Italia, Federazione Giovanile Comunista Italiana ed altri – hanno manifestato dalle 16 alle 18 in piazza Campo de’ Fiori, denunciando davanti all’ambasciata di Francia situata nella contigua Piazza Farnese quanto l’imposizione del governo socialista di Parigi risponda alle esigenze delle classi dirigenti dell’Unione Europea nei confronti della quale i manifestanti hanno invocato la rottura. “Con la lotta dei lavoratori francesi per rompere l’Unione Europea – Loi Travail non merci” recitava infatti uno degli striscioni esposti durante l’iniziativa.
Durante la manifestazione gli intervenuti hanno più volte denunciato l’atteggiamento supino dei sindacati confederali italiani di fronte ai durissimi attacchi al mondo del lavoro e ai diritti sociali proveniente dai governi italiani e da Bruxelles, un atteggiamento collaborazionista che stride assai con la dura lotta condotta ormai da più di tre mesi da parte della quasi totalità delle organizzazioni dei lavoratori d’oltralpe.
Dalle 18 in poi sempre in Campo de’ Fiori si è tenuto un altro presidio convocato da varie sigle del sindacalismo di base e della sinistra radicale.

  LA PIATTAFORMA SOCIALE EUROSTOP SOLIDARIZZA

CON I LAVORATORI FRANCESI IN LOTTA

NO alla Unione Europea del Jobs Act

cgt greve

In Francia sta accadendo quello che avrebbe dovuto succedere nel nostro paese. Lavoratori, disoccupati, studenti si stanno mobilitando con determinazione contro il “Jobs Act” transalpino mettendo con le spalle al muro il governo “socialista” di Hollande. I sindacati francesi si stanno dimostrando un punto di difesa delle condizioni di vita di tutti i cittadini e stanno svelando con il conflitto il vergognoso collaborazionismo di CGIL, CISL, UIL in Italia che ormai accettano supinamente tutti i peggiori provvedimenti dei diversi governi che si sono succeduti e per ultimo quello di Renzi.

A sostegno delle difficoltà del governo Francese interviene in prima persona la stessa Unione Europea, per bocca del commissario agli affari economici Pierre Moscovici, dimostrando ancora una volta la natura reazionaria di questa istituzione e la sua volontà di ridurre redditi e condizioni di vita dei lavoratori ad esclusivo beneficio dei capitalisti per incrementare lo sfruttamento ed i profitti. Intervento difensivo in quanto basato sulle falsità perché si afferma che i paesi che hanno introdotto le “riforme” del lavoro hanno aumentato l’occupazione. In realtà sono aumentate la precarietà del lavoro e della vita che oggi impediscono ai giovani di tutti i paesi europei di costruirsi un futuro, come in Italia dove gli occupati con il Jobs Act nostrano stanno diminuendo in proporzione diretta alla riduzione dei contributi per le assunzioni che il governo elargisce alle imprese.

La Piattaforma Sociale Eurostop, che ha tenuto lo scorso 21 Maggio a Napoli la sua assemblea nazionale, nel solidarizzare con chi lotta in Francia denuncia la natura profondamente antipopolare dell’Unione Europea, ribadisce la necessità di battersi per la rottura di questa costruzione istituzionale reazionaria e contribuisce alle mobilitazioni proponendo per il prossimo autunno una grande manifestazione nazionale contro Renzi per dire un netto NO al plebiscito convocato per il prossimo ottobre per le riforme istituzionali promosse dall’attuale governo e sostenute da Confindustria e poteri finanziari.

Basta UE, nemico di tutti i lavoratori europei

Oggi in Francia domani in Italia!

Cacciamo Renzi, votiamo NO al referendum che distrugge la Costituzione antifascista per conto delle banche e della Unione Europea

Piattaforma Sociale Eurostop

Email: Eurostop.it@gmail.com – www.eurostop.info

 

 

I quattro gatti di #Salvini a #Bologna e i numeri del flop di #Liberiamoci, metro quadro per metro quadro

Come volevasi dimostrare

Insomma, quanti erano i fascioforzaleghisti in Piazza Maggiore?

Il 6 novembre, su Twitter, avevamo previsto che Salvini avrebbe sparato la cifra fantasy «centomila», ed è regolarmente accaduto. Ne aveva sparate anche di più alte: «A Bologna saremo in duecento-trecentomila!».

Tali cifre iperboliche, sparate a caso e ripetute dai media senza dubbi né tentennamenti, avevano creato l’aspettativa di una vera e propria invasione. E invece, come stiamo per dimostrare more geometrico, la “marcia su Bologna” è stata un flop.

In questo post ignoreremo a bella posta ogni altro aspetto della giornata, strettamente politico, ideologico-culturale o di ordine pubblico. Bisogna occuparsi di una panzana alla volta, e dopo giorni di tensione abbiamo voglia di smontare questa.

Lo schema è collaudato: Salvini blatera 24 ore al giorno, occupa tutti gli studi televisivi, spara numeri ed erutta affermazioni che sfuggono a ogni verifica, riscontro, fact-checking. Non mettendolo mai alle corde su nulla, i media ne hanno gonfiato lo status, per non dire dell’ego. Con altri mezzi di informazione, minimamente scrutinanti, il progetto politico di Salvini sarebbe morto in culla due anni fa. E invece, la resistibile crescita di una falsa opposizione – falsa opposizione pompatissima dai media, il che mostra quanto poco scomoda all’establishment essa sia – ha rafforzato il sistema.

Ha poca importanza sapere chi abbia messo in testa a Salvini l’idea che in Piazza Maggiore potessero starci centomila persone e le strade del centro cittadino potessero contenerne trecentomila (quasi il numero totale dei residenti in città!). Gliel’hanno detto i leghisti bolognesi? È Manes Bernardini quello poco ferrato in geometria? Forse è stato Alan Fabbri, che in effetti Bologna la conosce poco, dato che è di Bondeno? Indifferente. Il punto è che i media mainstream, persino quelli bolognesi, hanno ritenuto plausibile – o al massimo “un poco esagerato” – l’ordine di grandezza evocato.

Guardiamo un po’ di foto e facciamo un paio di calcoli, avvalendoci di uno strumentino molto utile, ACME Planimeter.

Rimanendo rasenti ai muri ma lasciando fuori la scalinata di S. Petronio (che durante le manifestazioni è spesso transennata) e il fondopiazza che diventa via dell’Archiginnasio (ieri occupato dai gazebo), piazza Maggiore risulta avere una superficie inferiore ai 6000 metri quadri.

piazzamaggiore

Già così, immaginandola stipata da un palazzo all’altro e dunque ipotizzando una densità di 4 persone a mq, la piazza potrebbe contenere al massimo 23.000 persone. Ma nemmeno a quella cifra si è mai arrivati, perché durante una manifestazione come quella di ieri la superficie davvero calpestabile è molto minore. La piazza, infatti, ospita il palco con relativo backstage e area transennata (ieri generosamente transennata)…

transenne

…poi svariati furgoni, camionette delle forze dell’ordine, cordoni di polizia e troupes giornalistiche (che ieri erano un esercito). Inoltre, il capo di piazza e l’intersezione con piazza del Nettuno erano occupati dagli stand del Cioccoshow.

cioccoshow 7

Non crediamo di andare molto lontani dal vero se diciamo che ieri i mq calpestabili erano tra i 3000 e i 4000. Più 3000, diremmo. Grazie a ZIC, abbiamo una veduta dall’alto di com’era la piazza. La foto è stata scattata il giorno prima, e mancava ancora il palco!

Piazza Maggiore come si presentava il 7 novembre 2015

Tornando a ipotizzare la densità di 4 persone a mq, si andrebbe da un minimo di 12.000 a un massimo di 16.000 persone.

Solo che la densità, ieri, era palesemente più bassa. Anche dove i manifestanti erano più fitti, sembravano esserci più bandiere che persone, una tattica sempreverde che toglie profondità all’inquadratura e riempie gli spazi vuoti.

Bandiere

Dalle foto, si direbbe che la densità era tra le 2 e le 3 persone a mq davanti alla transenna dell’avanpalco…

sottopalco

…(transenna che era posta molto in là, per isolare una grande zona stampa affollata da fotografi)…

giornalisti

…e tra l’1 e le 2 persone a metro quadro nella parte arretrata della piazza:

Gli sparuti del fondopiazza

E forse siamo generosi, perché alcune foto del bordo piazza mostrano, impietosamente, chiazze di alopecia demografica.

pocofitto

Siamo buoni, e ipotizziamo per l’intera piazza una media di 2 persone a mq. Il dato dell’affluenza oscillerebbe dunque tra le 6000 e le 8000 persone. Sideralmente distanti dal 100.000 sparato da Salvini.

Al momento, non abbiamo foto dell’adiacente piazza del Nettuno, dove pure c’erano manifestanti, ma i dati parlano chiaro:

piazzanettuno

Piazza del Nettuno supera di poco i 2000 mq. Tra le strutture del Cioccoshow e l’area di contenimento creata intorno alla fontana del Nettuno…

…più altri cordoni e camionette di polizia, la superficie calpestabile si riduceva di molto. Facciamo 1200 mq? Ok. Ebbene, fingendo che tale area fosse piena e vi si riscontrasse la stessa densità media già ipotizzata in piazza Maggiore, il dato oscillerebbe tra le 2400 e le 3600 persone.

Il dato complessivo delle due piazze, dunque, andrebbe dalle circa 7000 (dato micragnosissimo) alle circa 12000 persone (dato micragnoso).

Ieri, quando lo staff di Salvini ha postato l’ormai famigerato tweet dei “100.000”, un tizio ha subito risposto: «Togli uno zero, cazzarone!»

Exactly.

Preveniamo una domanda retorica e perciò banale: per il fatto che a Bologna hanno floppato, Salvini e il razzismo leghista sono forse meno pericolosi? Certo che no. Ma siamo convinti che le fandonie vadano smontate. Forse, se si fossero trattate le molte supercazzole sbraitate in questi anni come si è appena trattata questa, Salvini sarebbe un signor nessuno. Un ex-concorrente di telequiz di bassa lega.

Un grazie a tutt* quell* che ci hanno aiutati a mappare la piazza. Buone cogitazioni. E se avete link interessanti sulla giornata di ieri, o fotografie migliori di quelle che abbiamo usato noi, non esitate a segnalare.

INTEGRAZIONE DELLE 12:45

Sempre usando ACME Planimeter e guardando bene le foto dall’alto, abbiamo ricostruito con buona approssimazione la posizione del palco e degli stand. In questo modo si può calcolare la superficie effettivamente occupata dai manifestanti. Avevamo ragione, siamo poco sopra i 3000 mq.

300mq

Una alternativa a euro, Unione Europea, Nato. Possiamo provarci

Lunedì, 9 Novembre

Redazione Contropiano

Assemblea nazionale sabato 21 novembre a Roma per dire No a euro, Unione Europea e Nato, per discutere e dare seguito alla PIATTAFORMA SOCIALE PER IL LAVORO, LA DEMOCRAZIA E LA PACE

Oggi tutti i governi europei, nessuno escluso, praticano le politiche di austerità , di attacco ai diritti sociali e del lavoro, di criminalizzazione dei poveri nativi e migranti,  di restrizione della democrazia.

La breve stagione di eresia della Grecia si è per ora conclusa con la resa di quel governo alla Troika e con l’accettazione di un memorandum che sottomette il paese ad essa.

Non c’è nessun segnale oggi in Europa che faccia pensare ad una revisione o anche solo ad un allentamento della stretta delle politiche di austerità. Anzi i piccoli rimbalzi produttivi dopo anni  di recessione vengono utilizzati dal potere economico e politico nella UE per sostenere la necessità  di affrettare le riforme. Così la disoccupazione di massa si consolida e accanto ad essa dilagano la precarietà  ed il super sfruttamento del lavoro, le privatizzazioni e il dominio del mercato sui diritti e sulle vite.

Le riforme altro non sono che l’adeguamento dei sistemi sociali e costituzionali dei singoli paesi della UE alle esigenze di profitto delle grande imprese multinazionali e della finanza. Tutti i Trattati UE formalizzano la costituzione autoritaria del liberismo selvaggio, da imporre in ogni paese.

La corruzione sempre più diffusa in tutto il continente a tutti i livelli del potere, viene usata dalle stesse classi dirigenti che la praticano per esaltare la necessità  delle riforme liberiste e autoritarie. I Mass media sono tutti diventati megafoni chiassosi della messa sotto accusa dei diritti sociali e del lavoro, che vengono accusati di essere la causa della crescita del debito pubblico.

In Italia la controriforma costituzionale, attuata con l’obbligo del pareggio di bilancio e con il pacchetto di riforme del governo Renzi, realizza il dettato dei trattati UE e le indicazioni politiche della Troika.

Oggi il sistema di potere che sta portando la condizione europea indietro di un secolo, cancellando i risultati politici, sociali e morali della sconfitta del fascismo, questo sistema di potere in mano alla finanza e al capitalismo multinazionale si chiama Unione Europea. E il suo primo strumento di potere e ricatto verso i popoli, in particolare quelli più colpiti dalla crisi, è l’Euro

L’Unione Europea di oggi non ha nulla a che vedere con gli ideali democratici degli europeisti antifascisti. Essa è una costruzione autoritaria dominata dalla grande finanza e dalle multinazionali, alle quali vuole lasciare assoluta libertà d’azione con il TTIP che si vuole firmare con gli USA. La UE oggi non incarna nessun ideale o politica di pace, anzi sempre più si identifica con il militarismo aggressivo e distruttivo della NATO, in Ucraina, come in Libia, come nel Medio Oriente.

I grandi sindacati, le forze socialdemocratiche, i movimenti sociali e politici nelle loro maggioranze oggi rifiutano di prendere atto di questa realtà, cioè che la UE e i suoi governi sono l’avversario.

Così in Europa si è costruito un sistema di potere che ha messo assieme il capitalismo multinazionale e le grandi borghesie dei paesi europei, le sinistre convertite al liberismo ed i gruppi dirigenti dei sindacati complici, tecnocrazie, cultura e informazione di regime. Le destre neofasciste e xenofobe non sono un’alternativa a questo sistema di potere, ma ne sono solo una versione più  aggressiva e feroce, quando non vengono semplicemente utilizzate per rafforzarlo.

Il sistema di potere europeo non è riformabile, può solo evolvere ulteriormente in senso autoritario e socialmente iniquo. Le politiche di austerità  non sono separabili dalla moneta unica che le impone e sostiene. Non è vero che questa Europa sia un mercato senza politica, al contrario essa è un mostruoso sistema politico che impone passo dopo passo il privilegio assoluto del mercato rispetto ai diritti delle persone. Questo sostiene anche l’appello alle sinistre italiane di Oskar Lafontaine.

Le persone e le organizzazioni che si riconoscono in questi giudizi ritengono che per troppo tempo i diritti sociali e le conquiste democratiche del popolo italiano siano state sottoposte al ricatto del vincolo europeo e che sia giunto il momento di squarciare il velo ipocrita che dietro la fraseologia europeista nasconde gli interessi dei ricchi, delle banche, del capitalismo multinazionale.

Crediamo che tutte la classi sociali subalterne d’Europa abbiano interesse a liberarsi della gabbia liberista della Unione Europea. Per questo ci sentiamo uniti e vogliamo allearci in un fronte comune con tutte le forze democratiche e progressiste che in Europa stanno maturando una critica radicale a Euro e UE. Non intendiamo però aspettare una magica ora X, nella quale tutti i popoli si liberino assieme. Vogliamo cominciare qui e ora, anche perchè oggi l’Italia è il paese più  alla retroguardia nel confronto con i vincoli e con l’austerità europea.

I decenni berlusconiani e poi l’affermarsi del sistema di potere PD hanno allontanato l’italia dai grandi conflitti europei e così da noi c’è stato il più pesante e meno contrastato arretramento nelle condizioni sociali e di democrazia.

Proponiamo quindi la costruzione di una piattaforma sociale No Euro No Ue No Nato che abbia lo scopo di proporre una via alternativa alle politiche di austerità, autoritarismo, guerre e che dia forza nel respingere il ricatto economico,  politico, psicologico esercitato dal potere finanziario attraverso la UE e l’Euro. Una piattaforma che serva come obiettivo politico generale, ma che sia anche strumento e riferimento delle lotte quotidiane. Una piattaforma che serva ai movimenti, ai sindacati, alle organizzazioni politiche, nelle lotte del lavoro, in quelle sociali e per l’ambiente. Una piattaforma non tanto  comune, ma IN comune tra forze che lottano e mantengono la loro identità  in pratiche di campi diversi.

La piattaforma sociale si articola e distribuisce in quattro capitoli principali:

1) Rottura della e con la UE e l’Euro, partendo dalla disdetta dei Trattati, condizione per politiche di eguaglianza sociale e di diverso sviluppo. Riconquista della sovranità  democratica dei popoli sulle scelte economiche partire dalla moneta. Nazionalizzazione delle grandi banche a partire dalla Banca Centrale, che deve essere dipendente diretta del potere del governo democratico. Questo per poter finanziare direttamente la spesa pubblica senza ricorrere al mercato finanziario. Revisione del debito pubblico accumulato. Pubblicizzazione dei grandi impianti strategici, delle reti, e dei beni comuni. Controllo dei capitali e lotta all’evasione fiscale a partire dalle grandi ricchezze. Rottura dei patti di stabilità e restituzione ai comuni e agli enti locali dei loro poteri democratici.

2) Priorità assoluta all’abbattimento della disoccupazione di massa e alla lotta alla povertà. Programmi di investimenti pubblici in alternativa alle grandi opere. Immediata cancellazione del programma Tav a partire dalla  Vallesusa. Riduzione generalizzata dell’orario di lavoro sostenuta da finanziamento pubblico. Reddito ai disoccupati. Ripubblicizzazione del lavoro nei servizi pubblici col superamento della catena degli appalti. Casa scuola lavoro per tutti, regolarizzazione dei migranti, cancellazione delle leggi che precarizzano il lavoro a partire dal Jobs Act.

3) Riconquista di un piena democrazia partecipata, affermando e sviluppando i principi della Costituzione Repubblicana del 1948, oggi cancellati dalle controriforme, da quella dell’articolo 81 a quelle del governo attuale. Oggi la Costituzione Repubblicana è stata soppressa in favore di un sistema autoritario e liberista, per questo parteciperemo alla campagna per votare No al prossimo referendum sulle riforme. Priorità alla lotta al sistema della corruzione politica ed economica e alle mafie. Riconquista della democrazia e delle libertà sindacali oggi messe in discussioni da accordi come quelli in Fiat o quello del 10 gennaio 2014. Difesa del diritto di sciopero e di quello a lottare e a manifestare per i diritti e per l’ambiente

4) Rifiuto di ogni politica e di ogni azione di guerra e sostegno alla modifica degli equilibri internazionali a favore di paesi a emergenti . In questo contesto è necessario un nuovo quadro politico ed economico in Europa che operi per l’unità tra tutte le sponde del Mediterraneo, unica alternativa alle guerre e alle migrazioni di massa. Priorità al sostegno alla liberazione del popolo palestinese dal dominio coloniale di Israele . Una politica di disarmo che parta dalla rottura della e con la NATO, dalla fine di ogni sostegno alla guerra in Ucraina, dal ritiro delle missioni militari in Afghanistan e nel Medio Oriente. Fine delle sanzioni alla Russia e delle guerre economiche, per nuovi equilibri tra Occidente, Brics, paesi in via di sviluppo. Per affermare ovunque i diritti dei popoli contro ogni sfruttamento imperialista e neo coloniale.

Questa proposta è la base di discussione per convocare un’assemblea pubblica per avviare la costruzione e lo sviluppo della piattaforma sociale in comune e delle necessarie mobilitazioni per sostenerla. In questo senso si propone anche la costituzione nellìassemblea di quattro gruppi di lavoro per sviluppare ed approfondire i punti di programma proposti.

L’assemblea è aperta a persone e organizzazioni antifasciste, anticapitaliste, antagoniste che, pur con diverse posizioni sui diversi punti qui proposti, condividano il giudizio di fondo di irriformabilità della Unione Europea e che vogliano costruire un’alternativa democratica e progressista ad essa.

L’appuntamento è a Roma, sabato 21 novembre, dalle 10.00 alle 17.00 per una ASSEMBLEA NAZIONALE presso il Centro Sociale Intifada Via Casalbruciato 15 (zona Tiburtina)

Per informazioni eurostop.it@gmail.com

PRIMI FIRMATARI:

Campagna Eurostop, Giorgio Cremaschi – Forum Diritti Lavoro, Nicoletta Dosio – No Tav Valle Susa, Ernesto Screpanti – Università di Siena, Franco Russo Ross@, Luciano Vasapollo – Università La Sapienza, Ugo Boghetta direzione nazionale PRC, Simone Gimona – segretario PRC Bologna e coord. naz G. C.,  Dafne Anastasi – Direttivo Regionale FP Lombardia, Emiddia Papi esecutivo USB, Giuseppe Aragno – Storico, Emilia Piccolo – Comitato 3 Ottobre Milano, Fabrizio Tomaselli esecutivo USB, Valerio Tradardi – SPI, Direttivo Camera del Lavoro Milano, Maria Pia Zanni – Direttivo nazionale CGIL, Antonella Stirati Università Roma 3, Nico Vox -Direttivo Nazionale FP, Guido Lutrario USB Roma, Angelo Baracca – Fisico, Mauro Casadio Rete dei Comunisti, Dario Filippini – direttivo nazionale SPI Cgil, Pierpaolo Leonardi esecutivo USB,Francesco Piobbichi – direzione nazionale PRC, Bruno Steri – Direzione Nazionale PRC, Luca Cangemi – Direzione Nazionale PRC, Nicola Vetrano – Giuristi Democratici, Andrea Genovese Università di Sheffield (GB), Francesco Caruso Università di Catanzaro, Pietro Rinaldi Consigliere Comunale Napoli, Valerio Evangelisti scrittore, Sergio Cararo Contropiano, Roberto Sassi saggista, Ezio Gallori lotta dei pensionati, Pasquale Vecchiarelli CPF Roma  PRC, Gianni Vattimo filosofo, Carlo Formenti giornalista, Dino Greco già direttore di Liberazione, Nella Ginatempo Rete No War, Giorgio Gattei Università Bologna, Unione Sindacale di Base, Centro Sociale 28 Maggio Brescia, CSO Ricomincio dal Faro, Campagna Noi Restiamo, Rete No War, Ross@, Comitato Difesa Sociale – Cesena, Coordinamento Sinistra contro l’ Euro, Associazione per la ricostruzione del Partito Comunista, Collettivo Putilov Firenze, Noi Saremo Tutto, Fronte Popolare, Movimento popolare di liberazione, Contropiano, Partito Comunista d’Italia – Federazioni di Roma, Frosinone, Veneto, Rete dei Comunisti

Pistole in mano a Pisa. Interrogazione parlamentare e interrogativi seri

da Contropiano.org

Le scene dell’irruzione poliziesca a Pisa, in un immobile dismesso dall’università locale, hanno fatto giustamente il giro d’Italia e non solo. Quei poliziotti con la pistola in mano, come e peggio di un Buonanno qualsiasi – perché sicuramente con il colpo in canna – sono diventati l’immagine di un potere ottuso e dunque violento, incapace di misurare la proporzione tra problema concreto e soluzione.

Non ci soffermeremo più di tanto sull’interrogazione parlamentare di Sel, comunque un segno di resipiscenza nel fluire quotidiano del tran tran politicante. Quell’interrogazione è infatti inevitabilmente – per ovvie ragioni istituzionali – rivolta al ministro Alfano, che di tutto può essere accusato tranne che di fare il ministro dell’interno. Basterebbe la sua insistenza sull’innalzamento del contante a 3.000 euro per iscriverlo in tutt’altra funzione…

La risposta di Alfano si modellerà sulla relazione delle forze dell’ordine locali, ovvero del dirigente dell’ufficio che ha deciso e guidato l’irruzione armi in pugno. Quindi vi invitiamo a riflettere un attimo su quel che vanno riportando le agenzie di stampa: “secondo quanto hanno fatto sapere le forze dell’ordine, è stata un’operazione di polizia giudiziaria per “stroncare un’attività di furto”. L’intervento massiccio è stato necessario, precisano ancora, visto l’alto numero di persone presenti. Gli studenti, si rileva, avrebbero prelevato libri di proprietà dell’ateneo stoccati nei locali”.

Sappiamo bene che nel modo drogato di inizio 2.000 i fatti non contano più nulla, l’unico problema è “come la racconti”. Dal primo ministro all’ultimo amministratore di condominio, ma anche nelle relazioni quotidiane interpersonali, la “narrazione” ha sostituito la realtà. Per cui si discute di quel che uno dice, non di quello che fa.

Però questa stronzata mostruosa dell’intervento per “stroncare un’attività di furto” supera ogni immaginazione perversa. Gli studenti avevano denunciato loro stessi la presenza nei locali di “libri abbandonati all’incuria, anche nuovi”, accusando dunque l’università di sprecare per incuria o malagestione risorse importanti (certo, se si ritengono importanti i libri…). E avevano altrettanto annunciato che se ne sarebbero andati in giornata. Dunque, l’irruzione sarebbe stata ingiustificata anche se condotta in modo molto più “pacifico”. Ci chiediamo: ma la polizia si presenta armi in pugno davanti a chiunque denuncia un problema? Se sì, si capisce come “la gente” preferisca chiudere gli occhi e farsi i fatti propri…

Ma se così fosse, quel comportamento poliziesco andrebbe definito addirittura criminogeno, ossia indirettamente invitante all’omertà sociale.

Scherziamo naturalmente. Quei poliziotti erano della Digos, la “polizia politica”,  e non vengono “scomodati” per un volgare furto. La verità è molto più semplice e evidente agli occhi di tutti. Persino davanti alla prova documentale di un comportamento abnorme e pericolosissimo, la polizia non fa marcia indietro e rivendica il suo diritto a fare come le pare. Anche a costo di mentire fino e oltre il ridicolo.

 p.s. Le cronache degli ultimi mesi riferiscono di un poliziotto della Digos pisana – il gruppo che ha condotto l’irruzione pistolera – arrestato perché si era scelto un secondo lavoro da rapinatore. A forza di sventolare la pistola sotto il naso delle gente, probabilmente, ci prendi il vizio e alla fine ti esce la frase da film…

Bombardare per esistere

di Sergio Cararo

7 ottobre 2015

da Contropiano.org

La notizia, esplosa per una indiscrezione pubblicata con rilievo dal Corsera, è entrata di prepotenza nell’agenda politica italiana ed internazionale. Mettere a fuoco lo scenario che si va aprendo diventa a questo punto più urgente che mai. E allora prima i fatti, come si dice, e poi le opinioni.

Alla vigilia dell’arrivo in Italia del segretario alla Difesa Usa Ash Carter, per incontri con il suo omologo la ministra Pinotti e con il Presidente della Repubblica Mattarella, il Corriere della Sera lascia trapelare che a margine dell’assemblea plenaria delle Nazioni Unite, Renzi non era rimasto insensibile alla richiesta del presidente Usa di partecipare attivamente ai bombardamenti contro l’Isis. Il premer Matteo Renzi aveva assicurato a Obama un “sostegno risoluto sul fronte dell’azione antiterrorismo”. L’iniziativa russa, che sta bombardando sul serio i tagliagole dello Stato islamico e i loro fratelli/coltelli di altri gruppi jihadisti, ha messo decisamente il “pepe al culo” alle potenze della Nato, alla Turchia e all’Arabia Saudita.

Pare che il Pentagono non abbia gradito la fuga di notizie perchè teme che l’enfasi complichi la decisione operativa dell’Italia di far partecipare anche i suoi Tornado al consorzio dei bombardieri. Ma il governo italiano, pur mettendo le mani avanti affermando che la cosa va valutata “assieme agli alleati” e che un’eventuale decisione “dovrà passare dal Parlamento”, non disdegna affatto l’ipotesi di bombardare, anzi. Con una precisazione che pare formale – bombardiamo l’Isis solo in Iraq perchè lo ha chiesto il governo iracheno alla coalizione internazionale. Quindi i 4 Tornado italiani dislocati in Kuwait potrebbero alzarsi in volo e sganciare bombe solo sul territorio iracheno. Al momento gli aerei italiani hanno solo compiti di ricognizione ma il cambio delle regole di ingaggio e di funzione operativa sarebbe questione di minuti, poco più di un ora.

In realtà l’Italia è già abbastanza impegnata sul campo. L’Ansa ci ricorda che in Iraq l’Italia impiega 530 militari, 2 aerei senza pilota Predator e un velivolo da rifornimento in volo KC 767, oltre ai 4 Tornado. Ad Erbil (nel Kurdistan iracheno) e a Baghdad, inoltre, i militari italiani stanno addestrando le forze di sicurezza curde (peshmerga). Ora potrebbe esserci la richiesta di un salto di qualità: raid dei caccia italiani contro obiettivi mirati in modo da supportare in maniera più decisa la resistenza dei peshmerga.

Infine, è importante sottolineare, come il segretario alla Difesa Usa in visita in Italia, nel suo incontro con la Pinotti avvenuto significativamente nella base militare di Sigonella, abbia chiesto non solo la partecipazione attiva dell’Italia ai bombardamenti in Iraq e Siria ma anche di schiantare ogni ostacolo all’attivazione del Muos di Niscemi, l’impianto militare di comunicazioni satellitari statunitensi che vede la dura, diffusa e popolare opposizione della gente, dei comitati e di alcune amministrazioni locali siciliane.

Fin qui i fatti. Volendo e dovendo passare alle opinioni, è evidente come Renzi cominci a sentirsi nei panni di Camillo Benso conte di Cavour che inviò i bersaglieri nella guerra di Crimea contro la Russia per “potersi sedere al tavolo delle potenze”. Oggi come ieri, in questo caso gli Stati Uniti al posto della Francia, hanno bisogno di tutti i partner possibili per dimostrare che la loro coalizione esiste e che è composta da tanti paesi volenterosi di bombardare.

Uno statista del XXI Secolo, per esistere e manifestarsi come tale, deve infatti bombardare qualcuno o qualcosa. Il problema è sempre quello, maledetto, del rapporto tra costo e benefici. L’esperienza franco-italiana-britannica dell’aggressione alla Libia nel 2011 sta lì come uno spettro a ricordarlo. Ma anche l’esperienza statunitense in Afghanistan e Iraq si manifesta come un incubo ricorrente. C’è però una differenza. Come affermato dal maestro del cinismo Edward Luttwak, per gli Usa la guerra e l’instabilità permanente in Medio Oriente sono un buon affare, anche perchè non devono fare i conti con i milioni di profughi e rifugiati che cercano scampo e speranza in Europa. Oppure come sostiene Rosa Brooks, consigliera del Pentagono e della Casa Bianca, non è detto che oggi si debba combattere l’Isis, perchè magari tra qualche anno potrebbe essere una nuova realtà statale dell’area mediorientale con cui tenere buone e normali relazioni. Di fronte al cinico pragmatismo dei consiglieri Usa, gente con una peluria sul cuore da far spavento, “l’ammuina” di Renzi – disponibile a bombardare in Iraq ma non in Siria – appare quasi ridicola. Il problema è che il suo progetto politico e le sue ambizioni come esponente della classe dirigente prevede la tesi che per esistere e contare… devi andare a bombardare.

Eretici, scismatici o comunisti

da Contropiano.org

30 settembre 2015

La morte di Pietro Ingrao ha giustamente colpito molti compagni, dando occasione a tutti di riesumare con nostalgia o spirito critico i bei tempi andati, quando i comunisti – anche in questo paese – erano tanti, vitali, “egemoni” ciò nonostante fieramente divisi e divisibili.

Di quel passato glorioso sono rimaste solo le divisioni, fino all’atomizzazione individuale e oltre. Quindi non nutriamo nostalgie. Neanche per Ingrao, tanto stimolamte sul piano intellettuale (al dà delle risposte che di volta in volta dava) quanto paralizzante sul piano politico operativo, specie nei confronti delle molte “aree” che nelle varie congiunture storiche si erano coagulate partendo dai suoi stimoli.

Nel suo ricordo del dirigente comunista, Giorgio Cremaschi giustamente evoca una definizione che in qualche modo riassume la sua figura: eretico non scismatico. Ovvero capace di critica sia alla linea dominante nel partito che alle stesse basi teoriche poste a giustificazione di quelle scelte, senza però mai – mai – mettere in moto una scissione. Neanche quando questa si era già verificata, come nell’ultimo caso conosciuto, che portò alla nascita di Rifondazione. Anche in quel caso, ci vollero due anni perché riuscisse ad accettare la realtà di fatto e quindi lasciare il Pds. Un po’ troppo per un leader che agisce nel politico, oltre che nella sfera delle idee.

In questo comportamento c’è molto della cultura, o del senso comune, del movimento comunista del secolo scorso. Si discute magari fino allo sfinimento e agli insulti reciproci, ma alla fine si accetta la posizione della maggioranza. Fosse soltanto questo, lo diciamo subito, staremmo parlando di un valore – lo spirito unitario, il senso di appartenenza a un’insieme collettivo – che condividiamo in pieno ancora oggi. È l’abc dell’essere comunista, rivoluzionario, attivista. Non ha senso, infatti, pensare al cambiamento sociale, dell’intero modo di produzione dominante, sul piano addirittura globale, senza al tempo stesso accettare la diversità di opinioni – inevitabilmente generata dal trovarsi ciascuno e tutti in situazioni differenti, per lingua, territorio, strato sociale, posizione lavorativa, livello reddituale, condizioni di vita, età, ecc – che corrispondono fisiologicamente a punti di osservazione differenti della medesima complessità.

Diversità e unità che si compongono e rigenerano nel conflitto sociale, nella ricerca delle soluzioni efficaci ai problemi posti dal conflitto, in un processo incessante di superamento delle vecchie forme nel mentre si mantiene costante l’obiettivo della trasformazione rivoluzionaria.

Ben poco a che vedere col panorama attuale della sinistra ex comunista, sia di derivazione Pci che extraparlamentare. Qui domina il principio di scissione, la ricerca della “composizione” è rifiutata in radice, almeno nelle pratiche dominanti. Come se realmente solo quell’intervento sociale che stai facendo in un certo momento avesse un senso trasformatore del mondo. Come se realmente ogni micro-aggregato potesse credere di essere lui – e soltanto lui – il nucleo fondamentale che “un giorno” guiderà il processo rivoluzionario globale. Roba da tso urgente…

Ma rotture e scissioni, nel movimento comunista internazionale, lungo i cento anni esatti che ci stanno alle spalle e che sono coincisi con la vita di Ingrao, ce ne sono state molte. Alcune evitabili, altre no. Quando la realtà chiede soluzioni concrete e “il partito” – a livello nazionale o internazionale – non riesce a dare risposte efficaci, non c’è spirito unitario che possa tenere insieme il corpo sociale, i militanti, i “corpi intermedi”. Si tratta insomma di processi storici che producono la risposta necessaria, anche se non sempre quella “giusta per noi”, e non possono essere evitati, o messi sotto il tappeto, dalla ricerca dell’unità a tutti i costi.

È la contraddizione reale che decide cos’è giusto fare e cosa no, non le intenzioni soggettive, per quanto ben motivate sul piano ideologico. In questa contraddizione, da sempre, agisce la politica comunista. Quella che ricerca l’unificazione delle forme conflittuali delle classi sfruttate per convogliarle – a tempo e modo, secondo una logica costruttiva di un nuovo ordine sociale – nella distruzione dell’ordine esistente.

Questo per dire che non c’è mai – mai – un comportamento giusto per tutte le occasioni. Così come non è mai – mai – possibile un vittoria duratura basata sull’improvvisazione.

La rinuncia programmatica all’unità, magari goffamente mascherata dall’esibizione di disponibilità unitaria purché avvenga sotto la propria egemonia, è rinuncia esplicita, controrivoluzionaria, alle prospettive di trasformazione sociale. Ed è la situazione che ci troviamo davanti ogni giorno, ad ogni assemblea, corteo, seminario, chiacchierata informale.

La rinuncia programmatica all’alternativa organizzata, idem. Nessuna organizzazione resta sempre uguale, ogni corpo sociale si modifica con l’andare del tempo, specie se l’obiettivo della trasformazione radicale non sembra mai avvicinarsi. La storia del Novecento ci ha mostrato innumerevoli volte l’emergere del tumore “riformista”, socialdemocratico o addiritura liberal-liberista, ai vertici degli ex partiti comunisti. Davanti a certe derive, la scissione e la nuova fondazione diventano semplicemente un obbligo politico.

Non ci sfugge, naturalmente, che le due derive si tengono e si giustificano reciprocamente (ai limiti estremi: individualismo e “voto utile”), eternizzando comportamenti che hanno senso solo a determinate condizioni. Eretici-unitari-sempre-e-comunque  e scismatici-a-prescindere sono due facce – sbagliate – della stessa medaglia.

È la dialettica materialistica, bellezza! Costringe tutti e sempre a fare scelte, senza preventiva certezza di averci azzeccato e di stare nel giusto.

Cremaschi: “Perché lascio la Cgil”

15 settembre 2015

di Giorgio Cremaschi

di Sergio Cararo

2 settembre 2015

Vedere migliaia di rifugiati siriani invocare Angela Merkel nel centro di Budapest è un evento che richiede attenzione e voglia di approfondimento.

Per un verso tornano alle mente le immagini del 1989, con la frontiera ungherese che diventava porosa aprendo la breccia nella “cortina di ferro” proprio verso l’Austria e poi la Germania. Dall’altro evoca suggestioni “kennediane” sul sogno americano, ma stavolta in versione tedesca. Possibile che quella stessa Merkel, maledetta nei paesi Pigs dell’Unione Europea per il massacro sociale imposto con l’austerity e il rigore di bilancio, possa diventare oggetto di venerazione popolare per i dannati della terra che fuggono dalle guerre in Medio Oriente? Possibile che un capo di stato che non ha avuto pietà nel piegare e piagare fin nei minimi dettagli le condizioni di vita del popolo greco, possa trasformarsi in icona dell’accoglienza, del rifugio, della speranza di migliaia di profughi siriani? Ed infine una domanda che si saranno posti in molti: ma perchè le frontiere tedesche si dovrebbero aprire solo ai profughi siriani e non agli afghani, agli iracheni, ai somali che pure vengono da zone devastate da guerre sanguinosissime?

La risposta a queste domande, che probabilmente non sono tutte quelle che vanno poste, sta nel rapporto tra flussi migratori ed esigenze dei paesi che li “accolgono”.

Oggi è il quotidiano economico Il Sole 24 Ore a fornire una chiave di lettura interessante. I profughi siriani, come era emerso anche in queste settimane di reportage televisivi, fuggono da una guerra scatenata non in un paese mediorientale arretrato ma in un paese a suo modo progredito rispetto agli standard dell’area.. Nel 39% dei casi sono laureati, tecnici, ingegneri, medici. Nel 44% dei casi sono diplomati. In poche parole sono capitale umano qualificato e con una età media più bassa rispetto agli standard demografici (e della forza lavoro) della vecchia Europa. Dunque una iniezione di capitale umano di cui il nucleo centrale europeo ha estremo bisogno, come del resto dimostrato dalla sistematica politica di spoliazione delle risorse umane più giovani e preparate nei paesi europei più deboli e periferici e, specularmente, dalla politica di attrazione e rastrellamento dei giovani “cervelli” verso la Germania. Quello che per decenni ha fatto la Gran Bretagna prima verso le ex colonie e poi verso il resto d’Europa. Quello che gli Stati Uniti fanno da decenni nei confronti del resto del mondo.

C’è un pizzico di cinismo in questa analisi, ma questi sono tempi di ferro e di fuoco e lo spazio per le “anime belle” sta diventando risibile, se non addirittura consolatorio.

I migranti, i rifugiati, i profughi dunque non sono tutti uguali. Per alcuni c’è posto nell’organizzazione capitalista del mercato del lavoro, per altri c’è invece l’orribile destino dell’eccedenza. Il capitale dentro la crisi distrugge le capacità produttive in eccesso, e in questo il capitale umano non fa eccezione, seminando però un enorme prezzo di sangue e disperazione.

Assisteremo dunque ad un doppio standard nella gestione dell’accoglienza dei migranti nell’Unione Europea. Alcuni di essi, quelli con maggiori capacità produttive, verranno accolti; magari lentamente, ma verranno accolti. Gli altri verranno respinti o ributtati sull’altra sponda del Mediterraneo, di nuovo in balìa di milizie locali che faranno il lavoro sporco per conto dell’Unione Europea o magari concentrati in allucinanti campi profughi tenuti alla larga dalle flotte o dai militari europei.

Osservando quanto si sta manifestando sotto i nostri occhi in Europa, sulle spiagge come nelle stazioni, nelle città come nelle campagne, si ricava la netta impressione che non sono previste nè prevedibili soluzioni “indolori” alla emergenza epocale dell’immigrazione.

da Contropiano.org 

http://contropiano.org/editioriali/item/32607-anche-i-migranti-non-sono-tutti-uguali

La folle miopia dell’Unione Europea

28/08/2015
Da qualche tempo avevamo deciso di non commentare le quasi quotidiane tragedie che avvengono nel mediterraneo evitando di accodarci alla compassione pelosa della stampa mainstream e alle dichiarazioni al vento del politico di turno, sia esso dichiaratamente xenofobo o fintamente buonista, ma quello che esce fuori in questi ultimi giorni, all’insegna della massima ipocrisia cui fanno da contraltare gli imbelli appelli del Presidente della Commissione Europea, merita l’apertura di un’ampia discussione che deve essere portata e a fondo tra le lavoratrici e i lavoratori, perché le cause che stanno producendo questa enorme migrazione di massa hanno a che fare anche con noi.
Politici e mass media, italiani ed europei , stanno scoprendo solo ora che ci troviamo di fronte al più grande processo migratorio dalla fine della seconda guerra mondiale ma fanno ancora finta di non averne individuato le cause, come se non fosse evidente a tutti che esse sono prodotte sia dalle politiche di rapina e di spoliazione che il mondo capitalista ha condotto contro i paesi del cosidetto terzo mondo sia dalle guerre che i paesi occidentali, e non solo, hanno provocato negli stessi.
Ad essi infatti si sono aggiunte quelle nuove potenze regionali, Turchia, Arabia Saudita, Qatar, che per loro interessi di egemonia, hanno ancora di più destabilizzato il Medio Oriente nel tentativo di abbattere il governo siriano e di spartirsi la Siria, insieme ad altri obiettivi che non sempre vengono messi in evidenza, come gli attacchi ai curdi da parte della Turchia che vuole impadronirsi del Kurdistan iracheno, ricco di petrolio, o la guerra nello Yemen condotta dall’Arabia Saudita.
Del resto come opporsi a queste mire, quando da 25 anni a questa parte gli USA insieme a Francia, Gran Bretagna, Spagna, Italia e Germania hanno incendiato l’Iraq, la Yugoslavia, la Serbia, l’Afghanistan, la Libia, la Somalia, l’Ukraina e per ultima la Siria, senza contare tutte le altre guerre che hanno colpito l’Africa, spesso fatte passare per conflitti tribali o etnici o religiosi?
Lo schema è palese: si sponsorizzano gruppi di opposizione, li si riempe di soldi e strumenti militari e tecnologici, si incoraggia l’afflusso di combattenti stranieri mascherati da portatori di democrazia, salvo scoprire poi che gli oppositori nel migliore dei casi non sono in grado di assicurare il governo del paese, Libia docet, e nel peggiore lamentarsi dell’affermarsi dell’ISIS, da loro stessi ampiamente foraggiato di armi e finanziamenti.
Come meravigliarsi poi se queste gloriose imprese provocano centinaia di migliaia di profughi? E che dire dell’ipocrita distinzione che si vuole fare tra immigrati economici e profughi di guerra? Ora si plaude alla decisione tedesca di sospendere il trattato di Dublino, che impone agli immigrati di rimanere nel paese di primo approdo, per i profughi siriani, quando tutte le organizzazioni, indipendenti dai governi e dai loro finanziamenti, che si occupano dei fenomeni migratori, da anni denunciano l’irragionevolezza di questa normativa.
La miopia dell’Europa Unita, che in questi anni ha badato unicamente ad impoverire i popoli del sud con la sua austerità, Grecia Portogallo Italia Cipro, ha impedito che sul problema immigrazione si adottasse una politica capace di impedire il crearsi di continue emergenze in un’area che è la seconda più ricca del pianeta e, non secondo per importanza sociale, il sorgere e ampliarsi di fenomeno razzisti che pescano nel profondo malessere che le stesse politiche dell’UE provocano nei settori più deboli delle nostre società.
Non saranno i nuovi muri o il filo spinato alle frontiere che fermeranno le masse di disperati che si accalcano ai nostri confini cosa che quest’Europa è ben lungi dal voler comprendere, stretta nei dogmi pseudo economici del pareggio dei bilanci. Anche rispetto a questo dramma sociale ed umano, come sul versante economico e politico, questa Unione Europea non trova soluzioni ma opera in modo da acuire i problemi esistenti: una Unione Europea che non è più riformabile!
Non servono ipocrisia e retorica: ciò che serve è invece ripartire dai bisogni, dalle contraddizioni sociali, dalle esigenze e dalla vita reale della gente in carne ed ossa che vive in Europa, ma anche di quella che ci arriva spinta dalla guerra e dalla fame.

Rompere, se non vuoi esser rotto

21 agosto 2015

Da Contropiano.org

Alexis Tsipras si è dimesso, Le elezioni si tengono il 20 settembre. Le speranze che Syriza aveva cavalcato finiscono triturate. L’Unione Europea si è dimostrata nei fatti un meccanismo amministrativo rigido e irriformabile. Ogni vaga speranza progressista nelle virtù dell’”europeismo” è definitivamente seppellita. Agli occhi dei popoli, certamente più che a quelli appannati di un certo ceto politico senza più un’idea realistica del mondo.

Tutto finito, dunque? L’ordine regna a Berlino come ad Atene e Roma?

In realtà è il contrario, perché il potere dei diktat può piegare i governi, ma si è dimostrato incapace di creare consenso sociale. Oggi la “popolarita” dell’Unione Europea è caduta a precipizio in tutti i paesi.

Dobbiamo prendere il “laboratorio greco”, in cui viene condotto da oltre cinque anni un esperimento in corpore vili assolutamente violento, per quello che è, non per quello che ci piacerebbe.

I sei mesi di non trattativa tra le “istituzioni” e il governo Tsipras hanno dimostrato che non può esistere nessuna linea di politica economica al di fuori dei diktat della Troika. Anzi, più un governo nazionale è espressione dell’insofferenza popolare contro l’austerità, più duri, ultimativi, non trattabili diventano questi diktat. Agli occhi della governance europea, infatti, quei leader sono inaffidabili, non selezionati attraverso il processo di cooptazione messo in piedi nei think tank sovranazionali, verificato nella prova di governo di un singolo paese per conto terzi e quindi ammessi all’interno delle “istituzioni”.

Si è dimostrato dunque che un governo popolare è incompatibile con questa struttura, con queste politiche e con il contenuto dei trattati. Per non dire dell’Eurogruppo, consiglio decisionale intergovernativo privo di basi legali (non è previsto né regolato da alcun trattato) ma con poteri senza limiti.

L’abbattimento dei governi “dirazzanti” è dunque nel dna dell’Unione Europea, tanto quanto la rimozione di amministratori fuori linea in una provincia periferica. Un rapporto coloniale di fatto, ma per la prima volta esplicitato all’interno dell’Europa occidentale liberaldemocratica. Come ristabilimento di un rapporto gerarchico internazionale, non c’è una differenza sostanziale tra il golpe compiuto contro il governo Syriza e quello dei colonnelli del 1967. Non è scorso il sangue per le strade, formalmente esiste ancora una architettura democratica. Ma quest’ultima non ha alcun potere effettivo, se non quello di reprimere eventuali rimostranze popolari.

Tutta la costruzione europea si è dimostrata nei fatti un’architettura che esclude ogni possibilità di accesso ad istanze sociali diverse da quelle che deve servire: capitale multinazionale e sistema delle imprese. Più precisamente, ha preso forma visibile la nuova gerarchia che regola il capitalismo attuale:

“in cima gli intermediari (banche commerciali e d’affari, in mezzo i portatori di capitale (investitori istituzionali e risparmiatori) e al fondo i debitori, Stati o imprese che siano. […]

A fronte di un prodotto interno lordo mondiale di quasi 80 miliardi di dollari, sono 998 trilioni le attività finanziarie negoziate sui mercati, dieci volte di più rispetto al 1995. Poco meno di un terzo è costituito da azioni, obbligazioni, prestiti bancari, mentre circa 700 trilioni sono strumenti derivati. È questo comparto, decisamente autoreferenziale del mercato a determinare, in virtù della sua dimensione, i tassi di interesse.

Il profitto – e il potere – del sistema bancario viene dunque moltiplicato intermediando il capitale più di una volta, vincolandolo indissolubilmente alla tecnologia finanziaria e rendendoli, di fatto, non rimborsabile se non emettendo nuovi strumenti. Sono gli istituti di credito a deteminare l’accesso al mercato dei governi, i quali stabiliscono a loro volta progressive restrizioni alle loro prerogative”

(Alessandro Pansa, La notte dell’Occidente, in Limes, n. 7 del 2015)

Di fronte a questa realtà, il “riformismo di necessità” espresso dai movimenti nazionali contro l’austerità, che hanno soppiantato radicalmente l’ex socialdemocrazia europea in molti paesi, si è dimostrato semplicemente privo di conoscenza, ingenuo, pieno di illusioni volontaristiche che si sono presto infrante nel conflitto reale. Generando da un lato un nuovo ceto politico “compatibile” con l’Unione Europea, di fatto asservito e in via di cooptazione, dall’altra movimenti fatti ora più consapevoli ma anche, in una prima fase,socialmente molto più deboli e alla ricerca di una nuova prospettiva politico-strategica. Ovvero di cosa fare qui e ora sapendo che il contesto in cui ci si muove è decisamente diverso da quello supposto prima.

Il mantra “non c’erano alternative” ha un fondo di verità soltanto per quel pensiero politico che non si era mai posto davvero il problema dell’alternativa davanti alla nuova gerarchia dei poteri capitalistici, che non aveva del resto né studiato né intuito. La prospettiva “europeista riformista”, quel pasticcio di intenzioni senza fondamento concreto che si riassume in “vogliamo restare nella Ue e nell’euro, ma anche metter fine all’austerità”, si è dimostrata nei fatti una via senza uscita, un cul de sac al termine del quale – in effetti – ci si può soltanto arrendere o morire.

L’alternativa va studiata e pensata da subito, fatta vivere in pratiche di massa e passaggi politici anche molto cauti, vista la sproporzione di rapporti di forza prima illustrata. Ma è una prospettiva che ha fin dall’inizio per obiettivo la rottura di quella macchina chiamata Unione Europea. Ed è una prospettiva che l’esperienza di Tsipras non contemplava e non contempla. Intorno alla prospettiva della fuoriuscita dall’euro e dall’Unione Europea va costruito un movimento popolare vero, combattivo, coordinato a livello nternazionale, capace di far arrivare fin dentro l’ultima vertenza sociale una idea generale di cambiamento.

Questa prospettiva, ci dice il laboratorio greco, diventa oggi la prima vera discriminante tra chi si pone davvero il problema della trasformazione e chi semplicemente cavalca il malessere sociale senza sapere dove guidarlo, giocando alla politica e/o al conflitto senza orizzonti.

Non c’è più spazio per i condottieri ciechi. Non è più tempo di affidamento a “leader carismatici”.

http://contropiano.org/editioriali/item/32441-rompere-se-non-vuoi-esser-rotto

 

Un battito d’ali di farfalla

13 agosto 2015

di Unione Sindacale di Base

Il fatto che sia sufficiente la svalutazione di qualche punto percentuale della moneta cinese per far crollare le borse di tutto il mondo, mettere in allarme i governi e le istituzioni finanziarie di tutti i continenti, dare uno scossone al costo delle materie prime e dei prodotti petroliferi, significa che c’è più di qualche cosa che non funziona nella gestione economica di questo pianeta.

Significa che l’intero sistema economico è ormai intimamente connesso ma che vive un equilibrio assolutamente instabile e che un battito d’ali di farfalla in Cina può produrre un tifone in California o un terremoto in Europa.

Questa è la globalizzazione nella sua immediata e sicuramente semplicistica traduzione dei meccanismi di causa ed effetto dei fenomeni economici che trascinano poi quelli politici e sociali.

Il castello, o i castelli, così costruiti e rappresentati mediaticamente a miliardi di persone come monoliti, come processi ineluttabili, crollano o vengono messi fortemente in discussione da un singolo evento come la parziale svalutazione di una singola moneta.

Se raffrontiamo quel che sta accadendo in Cina in queste ore con la vicenda della Grecia, appare ancor più evidente che quanto accaduto in Europa, pur se per dimensioni economiche si tratta di un evento insignificante a paragone del primo, rappresenta però una situazione di estrema fragilità, complessa e dalle conclusioni assolutamente imprevedibili.

In altre parole, chi vuol farci credere che ormai non è più possibile muoversi all’interno dei singoli continenti o dei singoli stati per poter modificare strutturalmente la vita di milioni di persone, chi tende a presentare una situazione immutabile rispetto alla quale è possibile soltanto l’accettazione acritica dell’attuale modello economico e sociale, lo fa sapendo di mentire e allo scopo di sopire/reprimere ogni conflitto sociale.

E allora dobbiamo renderci conto che anche per quanto riguarda la vita sociale e sindacale di un singolo paese è possibile e doveroso cambiare: non siamo schiavi del fato e se ci si rende conto che è possibile cambiare, allora non c’è più nulla di immutabile.

Cominciamo dalle piccole cose, cominciamo a demolire l’indifferenza, la rassegnazione, l’impotenza che ha contraddistinto la storia sociale di questo paese negli ultimi decenni.

Come sindacato, come USB, stiamo facendo la nostra parte e spesso ci troviamo anche a dover intervenire in termini sociali in ambiti che prima erano prerogativa dell’attività della politica, di una politica che oggi è imbrigliata, omologata e per gran parte preoccupata soltanto di perpetuare se stessa.

Sindacalmente c’è però bisogno di crescere tutti insieme e rapidamente, di dare un segnale forte e chiaro, di affermare senza paura che esiste un’alternativa a chi ha abbandonato la strada della rappresentanza reale di chi lavora.

C’è bisogno di costruire le basi che permettano di dare voce a quel disagio sociale che è sempre più evidente, di mettere in campo quel conflitto sociale che solo può rimettere in moto il protagonismo di milioni di donne e uomini che vogliono cambiare e desiderano vivere in una società diversa e più giusta di quella in cui oggi si vivono.

Ma per non rimanere sul piano delle enunciazioni è indispensabile indicare un percorso che faccia intravedere una via di uscita e una vera alternativa, per quel che ci compete, a livello sindacale.

Sicuramente non esistono scorciatoie: è necessario creare un’organizzazione che sia insieme modello alternativo in termini di obiettivi e di metodo e strumento democratico e partecipato in mano ai lavoratori.

Ma il primo passo per costruire un’alternativa che ridia spessore e senso al significato stesso della parola sindacato è rappresentato dalla cesura netta nei confronti delle esperienze di Cgil, Cisl e Uil, quelli che vengono ormai definiti “sindacati complici” del sistema e che tanti danni stanno provocando ai lavoratori.

E questo non soltanto e non principalmente per gli scandali che stanno investendo in questi giorni la Cisl e che presto si estenderanno ad altri, cosa questa che da sola dovrebbe già produrre una emorragia di iscritti senza precedenti: il motivo fondamentale è che questi sindacati sono irriformabili, sono ormai parte del sistema e ad esso rispondono e per questo motivo non sono più in grado di rappresentare degnamente ed efficacemente gli interessi dei lavoratori.

Difendere i diritti di chi lavora non vuol dire difendere i privilegi come questo ed altri governi stanno ripetutamente affermando: al contrario vuol dire difendere la dignità della gente, vuol dire emanciparsi, vuol dire chiedere e pretendere una democrazia che non sia quotidianamente sfregiata dall’avidità e dall’interesse di pochi.

Cominciamo a sbattere le ali e a volare più alto, forse scopriremo di poter essere molto più determinanti di quel che molti pensano.

da www.usb.it

http://www.usb.it/index.php?id=1132&tx_ttnews[tt_news]=84298&cHash=f37ed79f12

 

Renzi ben oltre i memorandum della Troika

7 agosto 2015

di Rete dei Comunisti

La vicenda greca dovrebbe aver dimostrato, senza ombra di dubbio, che non è possibile praticare alcuna politica riformista all’interno dell’Unione Europea. Devastare interi paesi e sistemi sociali per

tenere in piedi una politica finanziaria ormai dedita all’usura, (dare prestiti per ripagare debiti con aggiunta di interessi ) è probabilmente una nuova forma di colonialismo che andrebbe approfondita. In una situazione come quella data diventa indispensabile per il movimento di classe, non solo aprire a tutto campo una riflessione interna sul proprio ruolo e sulla funzione che si è chiamati a svolgere, ma dotarsi di una strategia di medio e lungo termine che porti fuori dalle secche del quotidiano le strutture territoriali e di posto di lavoro. È evidente che siamo chiamati a scelte coraggiose, anche sul piano organizzativo, senza attardarsi ulteriormente, ostaggi dell’inevitabile inadeguatezza di alcuni quadri sindacali.

Qual’é la differenza apparente tra noi e la Grecia. I greci sono ancora fermi al ” ce lo impone l’UE” noi invece siamo già “all’Offriamo noi alla UE” spacciando le riforme fatte per il bene del paese e non per i circoli finanziari internazionali e il nuovo modello europeo. La differenza è tutta lì, il resto è esattamente identico e le riforme strutturali e costituzionali rispecchiano esattamente le richieste sottoposte alla Grecia. Non abbiamo bisogno di memorandum perché lo sappiamo da soli quello che va fatto. E le scelte fatte ridefiniscono progressivamente i rapporti tra le classi e la condizione sociale, altro che uscita dalla crisi.

Ma vediamo concretamente le riforme greche e quelle in atto nel paese.

RIFORMA DELL’IVA, imposta come tutte le riforme strutturali in qualità di fidejussione del debito ha un effetto devastante sulla possibilità di consumo dei settori sociali meno abbienti. L’iva è notoriamente la tassa per i poveri in quanto li tiene lontani dalla capacità di consumo e costruisce strutturalmente l’erosione progressiva dei redditi da lavoro povero e da pensioni. Da noi l’aumento dell’Iva è nelle clausole di salvaguardia per la garanzia del rapporto debito Pil. L’Istat ha rilevato che nel secondo trimestre 2015 per i settori sociali con adeguata capacità di spesa siamo in una fascia di inflazione positiva, per i meno abbienti siamo in deflazione. Non è una casualità, ma una scelta che spinge all’emarginazione sociale e alla povertà settori sociali deboli. La stessa rilevazione dei dati è estremamente importante e l’UE ha richiesto il controllo dell’istituto di rilevazione greco. Da noi l’Istat fiancheggia i governi, fatta esclusione per qualche piccola licenza.

RIFORMA DELLE PENSIONI, l’attacco ai sistemi previdenziali pubblici è una costante strutturale dei nuovi modelli di sviluppo, esattamente come tutto lo stato sociale, l’età prefissata a 67 anni noi la conosciamo bene. L’obiettivo è il rinvio del godimento delle pensioni e, ritardando l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani, l’abolizione della previdenza pubblica. Una condizione sociale devastante, oltretutto con una erosione costante del reddito da pensione. Anche la Corte Costituzionale greca ha dato ragione ai pensionati greci sull’illegittimità del blocco delle pensioni e anche in questo caso la risposta sarà un ulteriore peggioramento della situazione con una nuova riforma. Anche noi dovremo aspettarci una ulteriore riforma che peggiorerà la condizione economica dei futuri pensionati, intanto, per non farsi mancare niente, si è proceduto alla ridefinizione dei coefficienti di rivalutazione che, ironia della parola, determineranno una riduzione dell’assegno mensile.

RIFORMA CODICE PROCEDURA CIVILE lo snellimento delle procedure è unicamente in funzione di tutela delle imprese e degli investitori stranieri che possono disporre di risorse da dedicare ai contenziosi. Da tempo ai settori sociali deboli è preclusa ogni possibilità di azione giudiziaria per i costi insostenibili, l’incertezza dei tempi e delle sentenze.

SOSTEGNO CRISI BANCARIE è la manifestazione della forza del potere finanziario sulla politica e sugli stati. La direttiva europea di impone che il salvataggio delle banche in crisi avvenga a spese dei creditori e quindi di coloro che hanno obbligazioni e conti correnti, afferma la tendenza speculativa del capitale finanziario. Anche nel nostro paese ci si avvia a recepire questa direttiva con un limite di garanzia di 100.000 euro per i clienti della banca, ma è chiaro che questo tetto serve per far passare la norma e il principio che la regola, dopodiché si può fare di tutto. Lo stesso processo di trasformazione in atto nella Cassa Depositi e Prestiti, rende quest’ultima assimilabile ad una banca di investimento, dopo essere stata usata come cassaforte dal governo per le sue operazioni di salvataggio. Questo ultimo passaggio trasforma i risparmi postali in capitale di rischio, investito in operazioni di cui non si conosce nulla. Non avendo potuto usufruire dei capitali rastrellati con i fondi pensione, si trasforma in fondo di investimento l’intero risparmio postale, stiamo parlando di centinaia di miliardi di euro. La tendenza è chiara se per la prima volta Mediobanca presenta un attivo di 2 miliardi di euro, alla faccia della crisi e di chi la subisce veramente.

LIBERALIZZAZIONI, è l’apertura del mercato agli investitori che hanno dimensione multinazionale e sono in grado di determinare la capacità di risposta alla domanda distruggendo le piccole imprese, il piccolo commercio e l’artigianato. Una condizione di monopolio del marcato che ha effetti devastanti e impone condizioni di lavoro semischiavistiche con salari vergognosi e condizioni di sicurezza aleatorie.

RIFORMA DEL MERCATO DEL LAVORO è una condizione imprescindibile per attrarre gli investitori stranieri, vale a dire creare le condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori assimilabili a quelle dei paesi emergenti. Quindi licenziamenti collettivi, riduzione di salario, flessibilità e disponibilità a cambiare mansione. Una fotografia del nostro Jobs Act, una fabbrica di precariato senza diritti e senza potere contrattuale. Gli artifizi sui dati statistici non riescono a nascondere, dietro i nuovi contratti a tutele crescenti la riduzione del numero degli occupati e l’aumento della disoccupazione, in particolare di quella giovanile, ormai senza speranza alcuna. Ultimo tassello l’attacco al diritto di sciopero prendendo a preteso iniziative di lotta e sceneggiate di Cgil Cisl Uil che operano in direzione opposta agli interessi dei lavoratori. La restrizione delle libertà sindacali è una componente sostanziale di un mercato del lavoro deregolamentato e privo di garanzie. Ma la restrizione progressiva del diritto di sciopero ha una sua valenza che va oltre la regolamentazione del rapporto di lavoro, esso cancella la funzione del conflitto sociale e impone una diversa gerarchia sociale delle classi.

PRIVATIZZAZIONI, in realtà sono una svendita del tessuto produttivo del paese e l’atto sostanziale che determina la futura dipendenza politica ed economica nella nuova gerarchia internazione. La Grecia è costretta a privarsi di tutti gli asset strutturali del paese, rinunciando a porti, aeroporti, ferrovie, autostrade. La costituzione di un fondo di garanzia indipendente che si occuperà dei processi di privatizzazione assume il carattere di esproprio. La Troika fa le privatizzazioni in prima persona, gestisce i soldi e si sostituisce al governo greco. Questa manovra se viene contestualizzata con la famelica presenza di investitori esteri, tra cui la Germania, che stanno facendo scempio dell’economia greca, fa capire come siamo ben oltre la semplice cessione di sovranità, siamo alla ridefinizione storica del colonialismo. Gli stessi processi di privatizzazione sono portati avanti nel nostro paese, poste ed Eni non sono una semplice operazione finanziaria. Siamo di fronte all’affidamento di funzioni e risorse dello stato ai circuiti finanziari internazionali. La progressiva e senza fine riforma della sanità ormai ridisegna un diritto fondamentale quale quello alla salute e all’assistenza. Siamo di fronte ad una scelta strutturale, lo stato di salute e il suo ripristino dopo malattia, non sono più un problema a carico della collettività e quindi dello stato, ma vengono delegati al mercato, con sempre meno controlli pubblici. Il ricorso ai fondi sanitari aziendali, oltre a depauperare il sistema sanitario pubblico, lega lo stato di salute alla condizione lavorativa. Una volta fuori dal mercato del lavoro c’è il buio sociale. Star bene si lega alla capacità lavorativa, quando questa non è più richiesta, la propria condizione sanitaria diventa un problema personale senza alcuna valenza sociale. Non è un caso che Confindustria lanciale proprie proposte fiutando l’affare, da una parte, e cogliendo l’occasione per “cambiare il paese” abbattendo diritti e garanzie sociali. La svendita degli asset manifatturieri ad investitori stranieri è la pratica del governo quando va in giro per il mondo in cambio dell’ apertura dei mercati al cosiddetto made in Italy sempre meno Italy, ma che diventa punto di aggregazione della nuova borghesia transnazionale italiana.

TAGLIO DEL DEBITO non esiste perché oltre ad essere un affare, consente di governare interi paesi in maniera coloniale, senza ricorrere all’uso della forza militare. I famosi e fumosi aiuti alla Grecia assumono caratteristiche prossime all’usura, è sufficiente condividere alcune analisi scomode. Nel biennio 2010 – 2012 sono stati erogati alla Grecia aiuti per 226,7 miliardi di euro, di questi 157,1 sono stati utilizzati per pagare debiti pregressi e interessi, 43,1 per la ricapitalizzazione delle banche e solo 26,5 miliardi sono andati al governo. Nella terza manovra di aiuti, quella targata Tsipras, la somma erogata oscilla tra 82 e 86 miliardi, di questi 23,5 andranno per la restituzione del debito a FMI e BCE, 25 per la ricapitalizzazione delle banche e 35 miliardi al governo greco. Si costruisce debito per pagare il debito. Ma è la stessa cosa che accade nel nostro paese dove gli acquisti della BCE ricapitalizzano banche a implementano la speculazione finanziaria liberando capitali ingenti che non vengono erogati all’economia reale.

Come è facile vedere da queste brevi note, c’é un parallelismo tra quanto avviene in Grecia e quanto avviene nel nostro paese, pensare di tutelare la condizione di vita e di lavoro senza affrontare e monitorare questi aspetti è un grave errore. Alzare il livello dello scontro sociale è possibile se alziamo il livello dello sguardo rendendo la classe consapevole di quanto accade.

da Retedeicomunisti.org

http://retedeicomunisti.org/index.php/editoriali/970-renzi-ben-oltre-i-memorandum-della-troika

 

L’industria della felicità


di Sergio Cararo
I padroni non vogliono dai loro subalterni solo quello che riescono a estorcere con il lavoro, ne pretendono anche l’anima. Poco importa se le condizioni lavorative stanno ormai retrocedendo a forme ottocentesche.

Le scienze sociali, arruolate alle esigenze dell’impresa, da tempo rilevano come in tempi di crisi sia necessario che i lavoratori e i consumatori vendano la propria anima – e non solo la forza lavoro e i loro redditi – al mercato. Si chiama Happyness Industry, l’industria della felicità.

Diffondere ottimismo nella società e sentimenti positivi dentro le imprese, sta diventando uno strumento indispensabile per far ripartire l’economia in quei paesi a capitalismo avanzato che hanno subìto più duramente le torsioni dell’ultima fase della crisi capitalistica.

E’ interessante quanto riporta su questo tema un ampio servizio de La Repubblica, che pure è un giornale di prima linea dentro questo meccanismo.

Il saggio del sociologo britannico William Davis, descrive come “le aziende oggi stanno investendo così tante risorse nel renderci felici che chi non si mostra entusiasta di tutto ciò viene visto come un sabotatore da tenere d’occhio”. In alcune selezioni aziendali, ad esempio, se ne colpisce uno per educarne nove a mostrarsi felici del lavoro chiamati a svolgere. Chi fa il musone viene licenziato o non assunto. Non solo. E’ stata istituita la figura dirigenziale dell’addetto alla felicità dei dipendenti – lo Chief Happyness Officer – uno che deve saper fare squadra, mettere il naso nella loro vita privata e assicurare che il clima aziendale non accumuli in modo pericoloso focolai di malumore che possono diventare altro.

Questa ennesima diavoleria di derivazione anglosassone, è stata importata anche in Italia. Prima come forma della pubblicità e adesso come modello di governance da parte di Renzi e del suo stuolo di ladylike e goldenboys.

A fare dell’ottimismo un veicolo pubblicitario, non a caso, è uno dei “prenditori amici” più ascoltati da Renzi: Oscar Farinetti. Suo era stato l’uso dello scrittore romagnolo Tonino Guerra per la pubblicità della sua Unieuro all’insegna dell’ottimismo. Ereditata dal padre Paolo Farinetti, la catena di elettrodomestici Unieuro è stata gestita dal figlio, Oscar appunto, dal 1978 al 2003. Poi fu venduta ad una società britannica. Gli slogan e gli spot sull’ottimismo iniziano nel 2001.

Una volta che Renzi “è stato messo lì”, come ebbe a dire Marchionne, Farinetti è diventato quasi una musa ispiratrice del premier, il quale infatti se la prende con i gufi, i piagnoni, i pessimisti mentre lui ostenta con fare da piazzista risultati positivi smentiti dai fatti. In compenso realizza la tabella di marcia voluta da Confindustria e banche su ogni aspetto: dall’abolizione dell’art.18 alla aziendalizzazione della scuola, dal decreto sblocca Italia alla destrutturazione dell’amministrazione pubblica.

Declinare in ogni conferenza stampa, twitter o dichiarazione che “le cose stanno andando bene, cieco è solo chi non le vede” – potendo contare su un servilismo dei mass media che fa rimpiangere Berlusconi – è un modo di “fare produttività”. O almeno di comunicare che la produttività c’è anche se non si può vedere.

Ma se poi la gente non ci crede perchè non vede? Scatta allora la demonizzazione e la malevolenza pubblica che addita chi osa dire le cose come stanno: disfattista, gufo, antitaliano. Un linguaggio che somiglia sempre più a quello del regime fascista. La felicità e l’ottimismo non devono più essere categoria dell’anima, ma comportamenti da omologare. Il bicchiere deve essere sempre visto come mezzo pieno, anche quando è quasi completamente vuoto.

Vengono in mente le parole di una canzone resa nota da Dario Fo ed Enzo Iannacci:

“e sempre allegri bisogna stare
che il nostro piangere fa male al re
fa male al ricco e al cardinale
diventan tristi se noi piangiam!”

Oggi, purtroppo, molte lavoratrici e molti lavoratori resistono a questa arroganza padronale e governativa che non ha precedenti nel dopoguerra solo con lo “sciopero del cuore”. Accettano la situazione e, nella migliore delle ipotesi ricorrono alla “egreferenza”, cioè alla negazione della deferenza verso il padrone e i suoi pagliacci. Questi ultimi se ne sono accorti e sanno bene che quando si accumulano sentimenti ostili, anche se non manifesti, prima o poi possono ridiventare odio di classe e allora finisce la (loro) festa. Per questo hanno messo in moto gli scienziati sociali per imprigionare anche l’anima e non solo le condizioni di vita delle classi subalterne.

La felicità, quando diventa fenomeno genuino e collettivo, non può essere messa in vendita come una merce, neanche nei divertimentifici artificiali o nelle politiche aziendali.

Il rumore di fondo che ancora non diventa rabbia organizzata tra la nostra gente va coltivato e ben orientato.

Dilatare questa contraddizione, trasformare lo sciopero del cuore in conflitto sociale, connetterlo e coordinarlo, rimane la convinta ragione di esistenza di questo giornale.

da Contropiano.org

http://contropiano.org/editioriali/item/32228-l-industria-della-felicita

Libia. Truppe e flotte europee pronte a intervenire. Preparatevi alle media/menzogne

3 agosto 2015

di Ross@ Roma

Centinaia di soldati britannici sono pronti ad andare in Libia come parte della missione militare internazionale tesa a “stabilizzare” il paese nordafricano e combattere le milizie dell’Isis. Ufficialmente la missione Eunavformed ha l’obiettivo di contrastare il traffico di esseri umani nel Mediterraneo, ma, secondo quanto rivela il quotidiano inglese The Times, “Il personale militare di Italia, Francia, Spagna, Germania e Stati Uniti potranno anche prendere parte ad un’operazione che sembra destinata ad essere attivata una volta che le fazioni in lotta rivali all’interno Libia decidano di formare un unico governo di unità nazionale”.

Dopo la firma dell’accordo due settimane fa a Skirat, in Marocco, la settimana prossima il mediatore dell’Onu, Bernardino Leon, proverà a far partire la discussione sugli “allegati” dell’accordo. Il che significa iniziare a discutere della formazione del nuovo governo, selezionare il primo ministro, i due vice-premier e il consiglio di presidenza che poi guiderà il governo. Il problema, e non è un piccolo problema, è che il governo di Tripoli, espressione di milizie vicine ai Fratelli Musulmani, non ha firmato l’accordo. L’operazione militare di “stabilizzazione” a questo punto non può che diventare una missione di sostegno militare ad una delle fazioni libiche – quella di Tobruk – contro un’altra fazione – quella di Tripoli.

Secondo i documenti riservati del Comitato Militare Europeo(1), diffusi a fine maggio da Wikileaks, non si tratterebbe affatto di una missione per contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina, ma di una vera e propria operazione militare condotta in profondità nel territorio libico con lo scopo di distruggere tutte le reti di trasporto e le infrastrutture. Nei documenti, disponibili online, si parlerebbe esplicitamente di “boots on the ground”, qualcosa di assai diverso da quanto raccontato in questi mesi dai ministri del governo italiano. Non a caso il Comitato militare dell’Unione Europea considera essenziale, una accurata strategia mediatica tesa ad enfatizzare gli scopi dell’operazione e facilitare la gestione delle aspettative.

I documenti riservati svelati da Wikileaks(2) rivelano che nell’operazione militare sarà fondamentale il controllo delle informazioni che circolano sui media a proposito della missione. “Il comitato militare conosce il rischio che ne può derivare alla reputazione dell’Ue, rischio collegato a qualsiasi trasgressione percepita dall’opinione pubblica in seguito alla cattiva comprensione dei compiti e degli obiettivi, o il potenziale impatto negativo nel caso in cui la perdita di vite umane fosse attribuita, correttamente o scorrettamente, all’azione o all’inazione della missione europea”. Quindi il sistema di media/menzogne agirà a pieno ritmo.

Giovedi scorso il Parlamento italiano – con 252 voti a favore e 100 contrari – ha dato il via libera definitivo alla partecipazione italiana alla missione militare europea nel Mediterraneo e in Libia: l’operazione “Eunav-for med”. La missione, sulla base della decisione del Consiglio Europeo che l’ha autorizzata in assenza di decisioni Ue, consente un’operazione militare internazionale europea in Libia con lo scopo di smantellare il giro d’affari sulla tratta di esseri umani. La missione militare si articolerà in tre fasi e vi partecipano in tutto tredici Paesi europei, tutti aderenti alla Ue e alla Nato. Il comando di tutta l’operazione è fissato presso il Coi (Comando Operativo Interforze) situato a Roma presso l’ex aeroporto militare di Centocelle.

1. http://contropiano.org/articoli/item/30974
2. http://contropiano.org/articoli/item/30997
(articolo tratto da Contropiano: http://contropiano.org/politica/item/32179-libia-truppe-e-flotte-europee-pronte-a-intervenire-preparatevi-alle-media-menzogne)